Eroici Furori

Rappresentazione di teatro interattivo scritta e diretta da Lello Masucci

  1. Teatro interattivo come mondo parallelo

Il teatro è il luogo della rappresentazione. Lo spazio sacro in cui si svolge il rito. In esso avviene il miracolo della creazione di mondi paralleli.

Tali mondi esistono in una dimensione fantastica, nata dal drammaturgo-regista e interpretata dall’attore. Nel teatro interattivo, il mondo parallelo avvolge e coinvolge anche lo spettatore, che diventa anch’egli attore, e come tale si pone nelle condizioni di vivere quel nuovo mondo, il miracolo di entrare fisicamente nello spazio dell’immaginazione del drammaturgo-regista.

Come il mondo in cui costantemente viviamo, il mondo parallelo della rappresentazione ha le sue leggi, il suo modo di essere vissuto e conosciuto. Tale mondo propone nuovi rapporti interpersonali, basati su elementi che hanno stretta derivazione dal testo rappresentato. Nasce l’opportunità da parte del pubblico di crearsi il proprio ruolo, che può essere individuale o collettivo a seconda delle conoscenze e della cultura di ciascuno. Dunque il ruolo come momento creativo del pubblico, di ciascuno spettatore. Alla rappresentazione di teatro interattivo, la prima volta, si va come a qualsiasi tipo di rappresentazione teatrale, cioè con l’idea di assistere ad uno spettacolo forse come gli altri. I più informati sono curiosi di sapere quali differenze esistano con un teatro tradizionale. Altri, quelli che hanno avuto modo già precedentemente di partecipare (già questo tipo di spettatore non assiste perché non è più spettatore) ad una rappresentazione di teatro interattivo, vanno con l’idea di ritagliarsi, all’interno della rappresentazione, un ruolo. Il concetto di ruolo dunque assume nel nostro caso valore creativo, in quanto lo spettatore, che da questo momento in poi chiameremo “spettattore” per sottolineare con una doppia “t” la facoltà dello spettatore di diventare attore, crea per sé un ruolo che definisce un nuovo personaggio con il suo temperamento, la sua cultura, il suo modo di rapportarsi agli altri. Un ruolo dunque attraverso cui lo “spettattore” partecipa agli eventi e cerca di incidere nella vicenda teatrale. Il suo intervento diventa mezzo per la ridefinizione dello stesso testo teatrale. La dimensione magica del teatro diventa totale. Il mondo parallelo è un mondo reale che sta accadendo nel preciso momento in cui inizia la rappresentazione. Diventa dunque del tutto naturale la presenza di scene multiple e contemporanee, così come nel mondo quotidiano la molteplicità degli avvenimenti presenta delle contemporaneità. La partecipazione non è più solo emotiva, ma diventa partecipazione fisica. Quanto più il corpo dello “spettattore” è coinvolto, tanto maggiore è la sua partecipazione anche emotiva. Il mondo parallelo si arricchisce di tanti personaggi, di una folla, diventa miracolosamente vita parallela. Una nuova esperienza attende lo “spettattore”, la sua nuova dimensione è una dimensione immaginifica e gli consente di vivere un nuovo pezzo di vita. La dimensione immaginifica, quindi fantastica, non è una dimensione meno reale di quella del mondo quotidiano: è una realtà altra, diversa. In questo risiede la sua magia.

  1. Il mondo parallelo del teatro come emanazione dell’artista (regista) drammaturgo

Per poter intenderci nel prosieguo del nostro viaggio all’interno del teatro interattivo, chiameremo da questo momento in poi mondo parallelo quello della rappresentazione di teatro interattivo e mondo quotidiano quello in cui tutti noi viviamo giorno dopo giorno. Il mondo quotidiano quindi concede uno spazio e un tempo al suo interno per mettere in essere il mondo parallelo.

Una domanda ci si pone a questo punto: come funziona un mondo parallelo?

Per poter rispondere, bisogna innanzi tutto chiederci da dove viene il mondo parallelo? Chi ha creato questo mondo parallelo? Esso è mai esistito prima? Quale valore hanno in esso il tempo e lo spazio?

Il mondo parallelo ha il suo inizio in un’idea del drammaturgo-regista, dalla quale prendono corpo, per intervento dello stesso drammaturgo-regista, degli attori, degli spettatori, tutti gli elementi che nel loro insieme poi lo costituiscono. L’opera di costruzione avviene nel laboratorio di teatro interattivo, che come un grande athanor cuoce gli elementi e li fonde in un tutt’uno definitivo. Dunque il mondo parallelo è un’emanazione del drammaturgo-regista. E’ lui il dio creatore, lui che dispone le regole di funzionamento. Tali regole producono il corso degli eventi, il susseguirsi delle scene, il nascere di personaggi, la loro definizione fisico-psicologica, il loro rapporto con la storia, con gli avvenimenti contingenti e con gli altri personaggi. Viene posto in essere un meccanismo di interrelazioni tale da produrre una costante ri-creazione del sistema teatro, per cui ogni rappresentazione risulta unica e irripetibile, come sono in effetti gli avvenimenti del mondo quotidiano.

La memoria è l’elemento principe di questo meccanismo. Memoria che agisce nel momento della creazione del mondo parallelo, memoria come ricordo da parte degli attori e degli “spettattori”. Ed è la memoria che ridefinisce all’interno del mondo parallelo i concetti di spazio e tempo. Lo spazio e il tempo hanno valore immaginifico, per cui è normale abolire le distanze e/o invertire la conseguenzialità del tempo. Il mondo parallelo è un meccanismo che, una volta appreso, mette in evidenza le sue sostanziali differenze con il mondo quotidiano. Ma nonostante ciò l’integrazione degli spettattori è totale. Tale integrazione infatti è opera dell’immaginazione sia dei singoli che dell’immaginazione collettiva. Ci si trova a vivere nuovi spazi e nuovi tempi.

Il drammaturgo-regista è un artista che crea un environment, in cui le parti siano esse immagini, rumori, oggetti in movimento, spettattori e attori, partecipano di un disegno che è costantemente in fieri e che proprio per questo continuo evolversi e ridefinirsi va oltre il progetto, mettendo in campo ipotesi di improvvisazioni. L’insediamento di una tecnica di improvvisazione costituisce elemento di similitudine tra mondo parallelo e mondo quotidiano

  1. L’attore (demiurgo) come mago e suo tentativo di identificazione con il drammaturgo
  1. La memoria come mezzo per raggiungere l’aderenza completa al personaggio.
  2. LA sottopartitura come sistema mnemonico per immagini e loci per l’attore (differenza tra partitura e sottopartitura). Rapporti con la mnemotecnica di G. Bruno
  3. Il teatro interattivo come luogo didattico. Il suo valore di strumento didattico.
  4. Nuove tecnologie: la magia elettronica. Il CD-rom degli “Eroici furori”. G. Bruno artista contemporaneo.
  5. Tecniche di laboratorio per gli “Eroici Furori”. La storia come materiale. G. Bruno, Campanella, G. B. Della Porta, il secondo rinascimento, la rivoluzione del 1585 a P.zza S. Maria la Nova.
  6. Struttura della rappresentazione teatrale (Eroici furori).
  7. “Eroici furori” TESTO

Personaggi e Interpreti

Giordano Bruno………………………………………………..Xxxxxxxxxxxx

Alberto Tragagliolo Domenicano (Inquisitore)………………Francesco De Falco

Giovan Battista della Porta……………………………………Gianluigi Masucci

Tommaso Campanella…………………………………………Leonardo Bilardi

Serafina (serva di Della Porta)………………………………..Valeria Gonzales

Cardinale Roberto Bellarmino (Gesuita)…………………….Marco Perrella

Perpetua Gelsomina……………………………………………

Pietro Millini Referendario apostolico……………………….

Morgana………………………………………………………..Ilaria Di Meglio

Alexander Dickson……………………………………………..Mirko Giuliano

Giacoco…………………………………………………………Mario De Santo

Giacomino………………………………………………………Marco Cacciapuoti

Altilia……………………………………………………………Marcella Esposito

Lardone…………………………………………………………Igor Knowles

Pedante………………………………………………………….Fabrizio Nardi

Cappio……………………………………………………………Antonio Miorin

Limoforo…………………………………………………………

Antifilo…………………………………………………………..Ciro Di Luzio

La strega vecchia……………………………………………….

La strega giovane………………………………………………

Il gobbo…………………………………………………………Ciro Di Luzio

Il frate storpio………………………………………………….Fabrizio Nardi

Salvatore………………………………………………………..Salvo Sannino

Concetta…………………………………………………………Carmela Ammirabile

Leonardo Pisano Capitano della Selleria……………………..Gianluigi Masucci

L’eletto del popolo Giovan Vincenzo Starace…………………

Il Viceré di Napoli Don Pedro Giron duca d’Ossuna…………Mirko Giuliano

Il Burattinaio………………………………………………………Carlo Sales

Papa Clemente VIII………………………………………………

Marcello Filonardi giurista……………………………………….

Giulio Monterenzi giurista……………………………………….

Ippolito Maria Beccaria Generale dei Domenicani………………

L’arabo……………………………………………………………

Il tamburino………………………………………………………

Il Baco da seta……………………………………………………

Il sodomita……………………………………………………….

Il trombetta della Vicaria…………………………………………

Il Boia……………………………………………………………Marco Perrella

I Bianchi della giustizia…………………………………………

1° lazzaro………………………………………………………..

2° lazzaro………………………………………………………..

3° lazzaro………………………………………………………..

1a popolana………………………………………………………

2a popolana………………………………………………………

3a popolana………………………………………………………

1° gendarme………………………………………………………

2° gendarme………………………………………………………

3° gendarme………………………………………………………

Personaggi e interpreti dei Filmati

Personaggi del 1° filmato:

Giordano Bruno………………………………Xxxxxxxxxxxx

Personaggi del 2° filmato:

Giordano Bruno in Francia 1581-1583

Giordano Bruno………………………………Xxxxxxxxxxxx

Jean Hannequin………………………………

Enrico III……………………………………..

La Regina di Francia…………………………

Fabrizio Mordente……………………………

1° Professore…………………………………

2° Professore…………………………………

3° Professore…………………………………

1a Cortigiana…………………………………

2a Cortigiana…………………………………

3a Cortigiana…………………………………

4a Cortigiana…………………………………

5a Cortigiana…………………………………

Personaggi del 3° filmato:

Giordano Bruno a Lodra 1583

G. Bruno……………………………………..Xxxxxxxxxxxx

Regina Elisabetta

1° Scudiero

2° Scudiero

1a Cortigiana…………………………………

2a Cortigiana………………………………

3a Cortigiana…………………………………

4a Cortigiana…………………………………

5a Cortigiana…………………………………

Personaggi del 4° filmato:

G. Bruno……………………………………..Xxxxxxxxxxxx

Mocenigo…………………………………….

Voce fuori campo di Giordano Bruno:

“…Invece per questa attitudine noi siamo regolati e condotti ad intendere, discorrere, avere memoria, formare immagini attraverso la facoltà della fantasia, avere appetiti, e talvolta anche a sentire come vogliamo.

Ma senza dubbio non è sufficientemente manifesto quale sia e in che modo operi quel principio per cui l’anima in generale viene indirizzata a compiere una per una tutte le sue funzioni. Si chiede dunque: cos’è quel principio per cui l’anima riveste l’arte? Per quale arte l’anima riveste l’arte? E conviene forse chiamare arte quella consapevolezza di cui la natura, madre e maestra dell’arte, allorché compie ripetutamente i medesimi atti, vuol dimosrare di essere priva?

 Dal momento che – sebbene la maggior parte degli artisti si serva di un determinato strumento – la loro arte non è certo lo strumento, ma è ciò che mediante lo strumento viene condotto a termine, non ci sarà forse lecito dire che prima della maggior parte delle arti sta l’arte che potrei definire “strumentale”? Non è forse lecito definire arte quella che fabbrica gli strumenti delle arti? Cosa sarà infatti, se non è arte? Mostrami poi la ragione dell’arte che dovette precedere l’arte, se questa non è lo stesso strumento che preesisteva, e al quale fu opportuno ricorrere per fabbricare qualche altra cosa. Infatti in che cosa è consistita l’arte strumentale prima che nel sostrato dell’agente? Senza dubbio in quel sostrato fisico che esisteva in precedenza. Questo per una qualche composizione è stato formato in modo da poter ricevere il nome appropriato di primo strumento.

Se poi a chi filosofa secondo il modo volgare sembra giusto, movendo dalla forma esterna, denominare quest’arte principalmente essenza della cosa………”

Il brano registrato presenta una dissolvenza in apertura e una in chiusura, per cui dal silenzio man mano si ode la voce di Giordano Bruno e poi verso la fine essa scompare di nuovo nel silenzio. 

Scena 1

Incubo del Cardinale Roberto Bellarmino.

Al centro della scena vi è un letto matrimoniale a baldacchino. Ha le tende chiuse, a malapena si intravede qualcuno che dorme al suo interno. Le tende sono di una stoffa bianca trasparente sormontate da tre mantovane nere con fregi dorati.

Tre pedane rappresentano la cella di Giordano Bruno, quella di Campanella e lo studio di Gian Battista Della Porta.

Due schermi bianchi per la proiezione dei filmati si trovano come parete di fondo dei palchi di Bruno e di Campanella.

Nello spazio della scena sono predisposti banchetti che saranno durante la rappresentazione addobbati con alambicchi, leggii, libri magici, tarocchi, teschi.

Nel letto dorme il cardinale Roberto Bellarmino: uno dei massimi esponenti dell’Inquisizione romana. È il 1621. Il cardinale è ormai in età avanzata. Il suo sonno non è tranquillo, si agita e rantola madido di sudore.

Bellarmino:- No…ancora tu…ancora tu! Ma che vuoi da me?!  Vattene!…Vaaatteeeeneeeee!!!

Le tende che chiudono il baldacchino si aprono. Il cardinale Bellarmino ha il volto stravolto e sudato e con una mano sembra cercare di allontanare qualcosa o qualcuno: il fantasma di Giordano Bruno che gli fa visita tutte le notti. All’apertura delle tende, proprio di fronte al letto del cardinale viene proiettato il 1° filmato. Si tratta del volto di Giordano Bruno nel momento in cui fu portato al rogo. Il cappuccio del saio proietta sul suo volto un’ombra cupa e sinistra. Dalla sua bocca non esce nessun suono. Non può emettere nessun grido perché la sua bocca e la sua lingua sono trattenuti da un bavaglio di cuoio, il “mordacchia”. I suoi occhi sono iniettati di sangue, sembrano ardere mentre guardano fisso davanti a loro. Traboccano di una malinconia struggente.

Bellarmino:- Perché dovevi morire…eri troppo pericoloso! Lo vuoi finalmente capire e lasciarmi in pace? (Urla il cardinale verso l’immagine filmata. Si copre gli occhi con un braccio per non più vederlo e con quel gesto addirittura cancellarlo. Poi, lentamente caccia un occhio fuori dalla copertura del braccio. Lui è sempre là. Inesorabile) Vattene…vattene (allunga il braccio come per cacciarlo mentre grida strozzato le parole).

Dalle spalle del pubblico la perpetua Gelsomina, ancora in camicia e cuffia da notte, sentendo il cardinale gridare, corre verso il baldacchino facendosi spazio tra il pubblico. Come giunge presso il letto il filmato scompare.

Gelsomina:- Buono, buono, eminenza…non preoccupatevi…non è nulla! (ha in mano la caraffa dell’acqua e un bicchiere. Riempie il bicchiere e lo porge al cardinale)… ecco bevete e prendete questa compressa del reverendo Cristofani… vi farà certamente bene!!

Bellarmino:- (Beve avidamente) E’ sempre lui, come sempre!

Gelsomina:- Lo so, lo so. (la donna cerca di consolarlo con queste parole)

Bellarmino:- …E non dice mai niente quell’eretico…mi guarda…(si copre gli occhi con una mano, poi scoprendo con gesto veloce e deciso gli occhi continua) quel suo terribile sguardo (inarca allo spasimo le sopracciglia) più feroce di qualsiasi parola…mi tormenta….mi strugge…mi ossessiona!! (Poi guardando la perpetua come per implorare una grazia) In fondo io ne ho fatti condannare tanti…e moltissimi anche alle prigioni…Tommaso Campanella…alla tortura…Galileo Galilei (poi con tono di accorata e violenta supplica, prendendo il braccio della perpetua e scuotendolo) perché solo questo mi ossessiona tanto, solo questo non mi da tregua…e la notte ( cade riverso sul cuscino esausto)

Gelsomina:- Eminenza, non lo so.

Bellarmino:- (ormai più tranquillo) Vedi, nessuno sa capire il perché. Ho scritto anche al Santo Padre e lui mi ha detto soltanto di stare calmo, di pregare, di raccomandarmi al Signore. (Con slancio afferra di nuovo il braccio della perpetua) E che consigli sono questi? (grida) A pregare prego da sempre e  (con tono più pacato) Dio sa che sono senza peccato come nessun altro al mondo…(con tono quasi di pianto) perché mai non devo dormire tranquillo?! (Si alza dal letto e prende entrambe le mani della perpetua come per chiedere un ultimo impossibile aiuto, un improbabile e impossibile conforto, poi guarda il telone bianco dove prima era proiettato il filmato del volto di Giordano Bruno, e gridando) ma perché proprio tu continui a perseguitarmi nei miei sogni, nel mio sonno? (Poi in un impeto di rabbia sfrenata) Perché non scompari in mezzo alle tue fiamme?

Gelsomina:- Eminenza…calmatevi…è tutto passato (lo prende per il braccio e lo riaccompagna a letto. Il cardinale come un bambino bastonato non oppone resistenza. La perpetua gli rimbocca le coperte) ora dormite e se non volete… riposate (guarda verso il cielo) …è quasi l’alba. (chiude le tende del baldacchino e attraversando il pubblico si allontana).

Filmato 1

Durata 60 secondi

La colonna sonora del filamto è una combinazione di ululato di vento, raffiche di pioggia e scoppiettìo di legna che arde. Il fondale nero è di tanto in tanto attraversato da lingue di fuoco. La scena è un primo piano del volto di G. Bruno. Elemento principale espressivo sono gli occhi. Bruno ha il “mordacchia” (bavaglio di cuoio) che gli impedisce di parlare. La lingua è stretta  tra due presse di ferro. Solo un suono gutturale si aggiunge di tanto in tanto alla colonna sonora.

Scena 2

Processione delle streghe

Una processione entra nella piazza intonando il canto delle streghe. Sghignazzi, strani strumenti che emettono suoni stridenti, un gatto nero e un gallo nero al guinzaglio. La strana processione è composta da sette personaggi: la strega vecchia e brutta, la strega giovane e bella, il gobbo, il frate storpio, un arabo, il tamburino, il Baco da seta.

Il gobbo e il frate storpio trascinano con due corde unte e sporche un ancor più sporco carretto pieno di cianfrusaglie, alambicchi, libri vecchi, stracci, tovaglie, trespoli con pipistrelli imbalsamati. E’ con questo materiale che si allestiranno i banchetti della magia.

La processione attraversa il palcoscenico, tra il pubblico interagendo con esso. Il turpiloquio e l’oscenità sono alla base della loro provocazione. I vari banchetti predisposti precedentemente serviranno per creare dei punti in cui le streghe potranno esercitare le loro arti magiche interagendo con il pubblico.

Preparazione dei banchetti delle streghe

I banchetti delle streghe hanno un panno nero sopra con i bordi dorati. Sopra i banchetti vi sono i tarocchi di G. Bruno, i libri magici, teschi di terracotta con le candele votive profumate, cipolle, peperoncini rossi, agli, specchi,  e le bacchette magiche. Quando vengono consegnate al pubblico le streghe recitano la formula magica. Tali bacchette sono a forma di forcina (Y) e hanno su scritto: ove è più larga la parola Agla, in mezzo On, in fondo dell’altra cima la parola Tetragrammaton.

Strega:- Conjugo te cito mihi obedire. Venies per Deum vivum, per Deum verum, per deum Santum!

Danza delle streghe

Danza con le verghe.

Scena del Baco da seta

Un Baco da seta composto da 15 attori attraversa lo spazio scenico. Ogni attore recita un pezzo degli “Eroici furori”, secondo la numerazione seguente.

Il Baco da seta:- 1-Gli eroici furori non sono oblio, ma una memoria;

2– non sono negligenze di se stesso, ma amori e brame del bello e buono con cui si procure farsi perfetto con transformarsi ed assomigliarsi a quello.

3– Non è un raptamento sotto le leggi d’un fato indegno, con gli lacci de ferine affezioni; ma un impeto razionale che siegue l’apprension intellettuale del buono e bello che conosce, a cui vorrebbe conformandosi parimente piacere; di sorte che della nobiltà e luce di quello viene ad accendersi ed investirsi de qualitade e condizione per cui appaia illustre e degno. Doviene un Dio dal contatto intellettuale di quel nume oggetto; e d’altro non ha pensiero che de cose divine, e mostrarsi insensibile ed impassibile in quelle cose che comunemente massime sentono, e da le quali più vegnon altri tormentati; niente teme, e per amor della divinitade spreggia gli altri piaceri, e non fa pensiero alcuno de la vita.

4– Non è furor d’altra bile che fuor di conseglio, raggione ed atti di prudenza lo faccia vagare guidato dal caso e rapito dalla disordinata tempesta; come quei, ch’avendo prevaricato da certa legge de la divina Adrastia vegnono condannati sotto la carneficina de le Furie, acciò sieno essagitati da una dissonanza tanto corporale per sedizioni, ruine e morbi, quanto spirituale per la iattura dell’armonia delle potenze cognoscitive ed appetitive.

5– Ma è un calor acceso dal sole intelligenziale ne l’anima e impeto divino che gl’impronta l’ali; onde più e più avvicinandosi al sole intelligenziale, rigettando la ruggine de le umane cure, dovien un oro probato e puro, ha sentimento della divina ed interna armonia, concorda gli suoi pensieri e gesti con la simmetria della legge insita in tutte le cose.

6– Non come inebriato da le tazze di Circe va cespicando ed urtando or in questo, or in quell’altro fosso, or a questo or a quell’altro scoglio; o come un Proteo vago or in questa, or in quell’altra faccia cangiandosi, giamai ritrova loco, modo, né materia di fermarsi e stabilirsi.

7– Ma senza distemprar l’armonia vince e supera gli orrendi mostri; e per tanto che vegna a dechinare, facilmente ritorna al sesto con quelli intimi instinti, che come nove muse saltano e cantano circa il splendor dell’universale Apolline; e sotto l’imagini sensibili e cose materiali va comprendendo divini ordini e consegli.

8– Se la farfalla al suo splendor ameno

vola, non sa ch’è fiamma al fin discara;

9– se, quand’il cervio per sete vien meno,

al rio va, non sa della freccia amara;

10– s’il liocorno corre al casto seno,

non vede il laccio che se gli prepara.

11– I’ al lume, al fonte, al grembo del mio bene,

veggio le fiamme, i strali e le catene.

12– S’è dolce il mio languire,

perché quell’alta face sì m’appaga,

perché l’arco divin sì dolce impiaga,

13– perché in quel nodo è avvolto il mio desire,

mi fien eterni impacci fiamme al cor, strali al petto, a l’alma lacci.

14– …o per ben, o per guida che ne conduce a quello; atteso che questo fuoco è l’ardente desio de le cose divine, questa saetta è l’impression del raggio della beltade della superna luce, questi lacci son le specie del bene che ne stanno uniti e gionti al primo e sommo bene…

15– …ed io, mercé d’amore mi cangio in dio da cosa inferiore.

Scena del gobbo

Gobbo:- Vediamoci a lo Ceriglio

A chille campe Elise

A chille uorte sospise,

A chella famosissima taverna

Dove se canta e verna…

Fa cunto de trovare na Cuccagna:

La calamita de li cannarune

L’argano de li cuorpe de buon tiempo

La vorpara dell’uommene mantrune,

La casa de li spasse,

Lo puorto de li guste,

Dove trionfa Bacco,

Dove nasce lo riso,

Tresca l’abballo e vernolea lo canto,

S’ammasona la pace,

Pampanea la quiete,

dove gaude lo core,

Se conforta la mente,

Se da sfratto all’affanne,

E s’allonga la vita pe cient’anne!

Scena 3

Giordano Bruno e Morgana

Giordano Bruno a Roma (1594)

Bruno sta seduto nella sua cella vicino ad un modesto tavolino. Ha in mano una penna d’oca con cui sta scrivendo. Sul tavolo una pila di fogli già scritti, un calamaio. Sparsi a terra alcuni fogli con poche parole. Alle sue spalle parte il filmato Director delle ruote mnemoniche.

Filmato ruote Mnemoniche☼☼☼☼☼☼☼☼

Il filmato miscela la figura di Morgana con le ruote mnemoniche e il cielo stellato.

Mentre si proietta alle spalle di Giordano Bruno il filmato, su un cigno vola Morgana fino a giungere sul palco.

Bruno:- Io vi dedico questa mia opera che a dispetto delle candele del Candelaio in carne ed ossa appartiene al mondo delle idee. Anzi salutatemelo quel candelaio in carne ed ossa… sì dico proprio di lui Fra Bonifacio da Napoli che in questa o in un’altra vita potrò vedere come lardo uscito dalla carne di un porco. Ricordatevi, Signora, di quel che credo che non bisogna insegnarvi: – Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. – Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisce, e me si magnifica l’intelletto. Però qualunque sia il punto di questa sera ch’aspetto, se la mutazione è vera, io che sono ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch’è, o è qua o là, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v’ama.

Morgana:- Io sono bruna, ma bella, figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar come i padiglioni di Salomone! Non mi guardate perché sono così mora, mi ha abbronzata il sole. I figli di mia madre si sono adirati con me, mi hanno posto a guardia delle vigne: ma la mia vigna non ho custodito! Indicami tu, amato dell’anima mia, dove pascoli il gregge, dove lo riposi a mezzogiorno, perché non sia costretta ad errare, come una donna velata, dietro i greggi dei tuoi compagni.

Bruno:- Se non lo sai, o bella fra le donne, segui le orme del gregge, pascola le tue caprette presso le dimore dei pastori. A una cavalla dei cocchi del Faraone ti paragono, mia amica. Le tue guance sono graziose fra i pendenti e il tuo collo fra le collane. Ti faremo orecchini d’oro con globetti d’argento.

Morgana:- Come un melo tra piante selvatiche, così il mio diletto fra i giovani. Bramo sedere alla sua ombra e il suo frutto è dolce al mio palato. Mi introdusse nella cella del vino, spiegò su di me il suo vessillo d’amore! Sostenetemi con focacce di uva passa, rianimatemi con mele perché io sono malata d’amore. La sua sinistra è sotto il mio capo, la sua destra mi abbraccia.

Bruno:- Mia bellezza, muoviti. Colomba mia, nascosta nelle fenditure della roccia, nel nascondiglio della rupe, mostrami il tuo bel volto, fammi udire la tua voce…

Morgana:- Il mio diletto è mio e io sono sua. Egli pascola il suo gregge tra i gigli. Primi che spiri il giorno e si diffondono le ombre, ritorna il mio diletto simile a una gazzella o a un giovane capriolo, sui monti simmetricamente spaccati….Sul mio giaciglio, nelle notti, ho cercato l’amato dell’anima mia, l’ho cercato ma non l’ho trovato. 

Bruno:- Ma la mia colomba, la mia perfetta, è unica, l’unica di sua madre, la preferita di colei che l’ha generata. Chi è questa che sorge come l’aurora, bella come la luna, pura come il sole, incantevole come schiere pronte? Come son leggiadri i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono modellate come l’opera di una mano d’artista. Tondo come coppa è il tuo ombelico, ove non manca mai il vino aromatico! Mucchio di grano è il tuo ventre, cinto di gigli. Due caprioli i tuoi seni…Come grappoli d’uva saranno per me i tuoi seni, come di mele il profumo del tuo alito, la tua bocca è come vino inebriante rivolta all’amante, fa parlare le labbra dei dormienti!

Morgana:- Vieni, mio diletto, usciamo in campagna, passiamo la notte tra i villaggi…là ti darò le mie carezze amorose.

Bruno:- Sotto il melo ti ho svegliata…mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore, tenace come lo Sheol è la gelosia, i suoi ardori sono ardori di fuoco, una fiamma di jahveh.

Morgana:- Fuggi presto, mio diletto, sii simile alla gazzella, a un cervo sui monti profumati.

2° filmato: Giordano Bruno alla corte di Francia  (1581-1583)

Personaggi

Giordano Bruno………………………………Xxxxxxxxxxxx

Jean Hannequin………………………………

Enrico III……………………………………..

La Regina di Francia…………………………

Fabrizio Mordente……………………………

1° Professore…………………………………

2° Professore…………………………………

3° Professore…………………………………

1a Cortigiana…………………………………

2a Cortigiana…………………………………

3a Cortigiana…………………………………

4a Cortigiana…………………………………

5a Cortigiana…………………………………

Fabrizio Mordente, salernitano, è l’inventore del compasso di proporzione ad otto punte, che anticipa l’invenzione galileiana del compasso geometrico e militare. Tale compasso è uno strumento topografico e di calcolo, “munito di cursori scorrevoli lungo le gambe e di una riga con varie scale proporzionali. Serve a misurare le frazioni del grado (minuti, secondi, terzi, ecc.), a svolgere le operazioni previste dal compasso a quattro punte (quali dividere linee e circonferenze in parti uguali, disegnare poligoni regolari, riprodurre disegni, compiere operazioni geometriche e stereometriche), a calcolare le radici, a duplicare il cubo, ad effettuare rilevamenti topografici”.

In un primo momento G. Bruno non esitò a definire il Mordente “dio dei geometri, superiore a tutti quelli che lo hanno preceduto e ai contemporanei”. Ma ben presto il loro rapporto si deteriorò assumendo toni di aspra polemica e conflittualità non solo verbale. L’entusiasmo di Bruno per questa invenzione del Mordente era dovuta non tanto all’ingegnosa meccanica dello strumento, bensì alle potenzialità speculative, cosmometriche e filosofiche che solo lui, Giordano Bruno il Nolano, sapeva cogliervi e non quell’ignorante e inconsapevole pedante del Mordente. Giordano Bruno dedica al Re di Francia il suo De Umbris idearum. Il Re affascinato dal filosofo nolano gli affida una delle cattedre più prestigiose dell’Università. Il Mordente, geloso della nomina di Bruno a “lettore straordinario e provvisionato” e per dimostrare al Re di Francia di essere superiore a Bruno in tutte le scienze, lo sfida ad una gara di erudizione.

La scena avviene nel porticato del palazzo del Re. Sono presenti il Re, cortigiani e cortigiane, quattro professori della università francese fra cui il Mordente, Giordano Bruno e il suo allievo Jean Hannequin.

1a Scena

Nel porticato del palazzo del Re i professori, guidati da Fabrizio Mordente, passeggiano e discutono tra loro. Nello stesso chiostro c’è Giordano Bruno con il suo allievo Jean Mannequin. Il Nolano sta mostrando al suo allievo l’ultimo suo libro il “De umbris idearum”. Dalla parte opposta compare il Re e la regina seguiti da uno stuolo di cortigiani.

I professori incontrano G. Bruno.

Mordente:- Salve fra Giordano.

Bruno:- Salve!

Mordente:- Frate Giordano vi chiedo di concedermi qualche minuto del vostro prezioso tempo…

Ma Frate Giordano vedendo il Re, che nel frattempo è giunto presso il gruppetto di dotti, senza rispondere alla richiesta del Mordente e senza aspettare che nemmeno finisse la frase si rivolge al Re.

Bruno:- (Salutando il Re con un plateale inchino) Sono lieto di informare Sua Maestà, che l’opera a lui dedicata, il “De umbris idearum”, è terminata!

Enrido III:- Frate Giordano non avevo dubbi sulla vostra solerzia…la vostra fama ha da tempo travalicato i confini delle singole nazioni. La Francia è onorata della vostra presenza sul suolo nazionale ed io per testimoniarvi la riconoscenza mia e di tutta la corte ho deciso di nominarvi “lettore straordinario e provvisionato” affidandovi la cattedra di filosofia della nostra prestigiosa università.

Mordente:- (Sorpreso per la decisione del Re) Maestà, mi permetta di esprimere la mia sorpresa per questa decisione che ci coglie (guarda i suoi amici professori) impreparati.

Enrico III:- Il genio di Frate Giordano darà nuovo smalto alla già grande fama della nostra università.

Mordente:- Voglia Sua Maestà concederci (guarda gli altri professori, come a stabilre un’intesa su quanto sta per dire) la possibilità di sfidare, noi professori della università francese, Frate Giordano sulle scienze et le filosofie et le conoscenze naturali, per dar modo allo stesso Frate di dare ampia dimostrazione delle sue infinite conoscenze…

Enrico III:- Una sfida tra scienziati? Questa mi sembra veramente un’idea eccitante. Se Frate Giordano è d’accordo…che la sfida si faccia.

Bruno:- E sia…permettetemi solo di decidere l’ora!

Enrico III:- Certamente Frate Giordano!

Bruno:- Allora questa notte alla ora quarta.

Mordente:- D’accordo!

2a Scena

Nella stanza dove dimora Giordano Bruno. Il Nolano è alla finestra, sta guardando le stelle. Bussano alla porta.

Bruno:- Avanti!

Jean:- Maestro…posso?

Bruno:- Su Jean, entra e chiudi la porta.

Jean:- Maestro sono preoccupato…

Bruno:- (Guardando le stelle) L’orsa maggiore è nel suo massimo splendore, guarda Jean la grandezza di Dio, le vedi tutte quelle stelle, quanti mondi si nascondono nell’infinito universo…

Jean:- Maestro…

Bruno:- Sì Jean, ho capito che sei preoccupato, ma è una preoccupazione inutile, la gara ha già un vincitore!

Jean:- Maestro come vorrei avere la vostra calma e la vostra sicurezza.

Bruno:- Jean, va a riposarti che l’ora si avvicina. Ci vediamo dopo nella sala delle udienze.

Jean: A più tardi maestro. (Esce)

Giordano rimasto solo guarda il firmamento dove avvengono magici movimenti di astri e stelle.

3a Scena

Nella sala delle udienze la corte al gran completo è schierata alla sinistra e alla destra del Re. Sulla sinistra hanno preso posto anche i quattro professori tra cui il Mordente. Frate Giordano compare nella scena accompagnato dal suo fedele allievo Jean Hannequin.

1a inquadratura.

La corte. Il campo si allarga inquadrando anche i personaggi alla destra e alla sinistra del Re.

2a inquadratura.

Giordano Bruno e Hannequin che entrano nella sala. Primo piano dei due.

Bruno:- Ci siamo!

Jean:- Maestro quanto è bella la regina!

3a inquadratura.

Il volto della regina

4a inquadratura.

Il volto di Bruno.

Bruno:- Andiamo. (Mentre cammina nomina gli angeli che governano la quarta ora) Gabriel, Samael, Raphael, Sachiel, Anael, Cassiel, Michael.

5a inquadratura.

La sala delle udienze per intero. Mormorìo in sala all’apparizione di Bruno. Bruno avanza seguito ad una certa distanza dall’allievo. Il Re Enrico III alla vista di Giordano bruno abbandona il suo piglio burbero e sembra essere lieto della presenza del nolano.

Enrico III:- Frate Giordano avvicinatevi.

Bruno:- (Si inchina al Re, poi rivolto ai professori) Sono Pronto!

Enrico III:- (Rivolto ai presenti) Si dia inizio alla tenzone!

Mordente:- Frate Giordano….

Bruno:- Tu Fabrizio stai pensando già al successo tuo e dei tuoi amici in questa tenzone, perché non credete alle mie capacità. Stai pensando già che comunque hai un tranello preparato!

Mordente:- (Sbiancato in volto, esprime terrore e meraviglia insieme) Frate…Giordano…

1° Professore:- (Rivolto a Mordente) Non farti impressionare Fabrizio, è solo scena…frate Giordano vorreste indicarmi dove è la dimora del veggente?

Bruno:- Sono io il veggente; sali davanti a me sull’altura; oggi mangerete con me e domattina ti lascerò partire e ti comunicherò tutto quanto desideri sapere. Quanto alle tue asine che si sono smarrite tre giorni or sono, non pensarci perché sono state ritrovate. Del resto, per chi sono tutte le cose di Israele? Non forse per te e per tutta la casa di tuo padre? (Bibbia: Primo libro di Samuele.)

2° Professore:- Se pecco, non c’è occhio che mi vede, se inganno con arte, chi potrà saperlo?

Bruno:- Chi lo metterà al corrente del mio vero operare, qual è la mia speranza perché mi sottoponga alla legge? Soltanto chi è senza testa arriva a pensare ciò, chi è folle e traviato pone mente soltanto a cose stolte.

Mordente:- Frate Giordano abbiamo qui il De Mathematica. Poiché da più parti habbiamo udito che siete in possesso di una memoria portentosa, vogliamo mettervi alla prova. Di cosa parla il foglio 666 del detto libro?

Bruno:- (Guardando accigliato Mordente) Queste pagine…

Mordente:- Cosa avete frate, titubate. (Poi rivolto con soddisfazione verso Enrico III) Il frate Giordano sembra essere stanco, forse è l’ora tarda? Ma mi pare che sia stato proprio lui a chiedere che questa tenzone si svolgesse alle quattro della notte!

Bruno:- Fabrizio sai di giocare come i bari, questo libro non è stato dato ancora alle stampe, io non l’ho mai visto.  (Esita un attimo) Me lo fate guardare un momento.

Mordente:- (Guarda i suoi amici professori poi rivolto a Bruno) Certo, frate Giordano, certo. Prendete nota del titolo e cercate di procurarvelo per por riparo alla vostra ignoranza! (Porge il libro a Bruno, che lo sfoglia rapidamente)

Bruno:- Fabrizio vuoi farmi qualche altra domanda su questo libro?

Mordente:- Frate non ti basta la sconfitta, vuoi pure la beffa? Ti accontento subito, non sia mai detto che Fabrizio Mordente non abbia concesso una rivincita ad un avversario battuto. Dimmi allora ciò che dice la frase del rigo dodicesimo della cetoventesima pagina?

Bruno risponde a tutte le successive domande tra lo stupore dei presenti.

Alla fine del 2° filmato riprende il dialogo tra Morgana e Bruno

Morgana:- Già vuoi andartene? L’alba è ancora lontana. Era l’usignolo, poco fa, non l’allodola, quello che ti ha ferito l’orecchio inquieto: canta tutte le notti sul melograno, laggiù. Credimi, amore, era l’usignolo.

Bruno:- Era l’allodola, messaggera dell’alba, non l’usignolo: guarda, amore, quelle maligne strisce come già frastagliano di chiarori i margini dei cirri fuggitivi che si sfanno da levante, laggiù. Sono tutte consumate le candele della notte, e il giocondo mattino, sulla punta dei piedi si affaccia alle cime dei monti dietro un velo leggero di brume. Ora, o andar via e vivere, o restar qui e morire.

Morgana:- Quella luce laggiù non è il chiarore del giorno: io lo so; è una meteora esalata dal sole per farti da torcia stanotte. E dunque resta: non è ancora necessario andar via.

Bruno:- Mi prendano pure; e mi mettano a morte, sarò contento, se così vuoi tu. Dirò che quel barlume laggiù non è l’occhio del mattino ma un pallido riflesso della fronte di Cinzia; e che non è l’allodola quella che, alta sul nostro capo, batte col suo trillo agli archivolti del cielo. Ho più voglia di restar che fretta di andarmene. Vieni e sarai la benvenuta, o morte. La mia amata vuole così. Che c’è, anima mia? Seguitiamo a parlare: non è ancora giorno.

Morgana:- Sì, è; è giorno. Fuggi, presto! Và via! E’ l’allodola, quella che canta così stonata e sforzata. Dicono che l’allodola fa le sue partiture con dolci divisioni; ma questa non è così, no, se divide noi l’uno dall’altra. Dicono altri che l’allodola e il rospo brutto si sono scambiati gli occhi. Oh, si fossero così scambiati anche le voci, ché questa ci strappa, stringendoci di gelo, braccio da braccio; e ti caccia lontano da me, dando la sveglia all’alba. Ora sì, và. Luce, sempre più luce intorno.

Bruno:- Luce, sempre più luce, intorno; buio, sempre più buio, nella nostra angoscia.

Morgana:- E allora tu, balcone, fa entrare il giorno e fa uscire la vita.

Bruno:- Addio,addio, ancora un bacio, e …

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3° filmato: Incontro con la regina Elisabetta.

Personaggi e interpreti

Giordano Bruno……………………………….Xxxxxxxxxxxx

Regina Elisabetta………………………………

1° Scudiero

2° Scudiero

1a Cortigiana…………………………………

2a Cortigiana…………………………………

3a Cortigiana…………………………………

4a Cortigiana…………………………………

5a Cortigiana…………………………………

Giordano Bruno alla corte della Regina d’Inghilterra Elisabetta. E’ con lui il suo allievo Alexander Dickson che il Nolano suole chiamare “Dicsono Arelio”. E’ quest’ultimo che conduce la sfida sull’arte della memoria con il ramista William (Gulielmus) Perkins.

1a Scena

Giordano Bruno è al cospetto della regina d’Inghilterra Elisabetta. I due sono l’uno di fronte all’altra, la regina seduta sul trono e Giordano in piedi. Inquadratura della sala con carrellata circolare. Primi piani dei due volti. Entrambi hanno un cenno di sorriso sul volto.

Elisabetta:- Non si mette troppo bene per voi, in Francia è morto l’erede al trono, il duca d’Alencon, e il vostro protettore Enrico III sta per essere accusato di eresia da quei fanatici dei Guisa e dei suoi seguaci.

Bruno:- (Continua ad avere il sorriso sulle labbra e non profferisce parola)

Elisabetta:- Non dite una parola…continuate ad avere quel sorriso…ma allora è proprio vero che siete pazzo!

Bruno:- (Continua ad avere il sorriso sulle labbra e non profferisce parola)

Elisabetta:- oppure…devo prestar fede a chi dice che siete un negromante? Sapete…frate Giordano in certi ambienti vi chiamano “Il Principe dei Sigilli”…

Bruno:- Lasciato il porto per prova e per poco,
Feriando da studi più maturi,.
Ero messo a mirar quasi per gioco,
Quando viddi repente i fati duri.
Quei sì m’han fatto violento il foco,
Ch’in van ritento a i lidi più sicuri,
In van per scampo man piatosa invoco,
Perché al nemico mio ratto mi furi.
Impotente a suttrarmi, roco e lasso,
Io cedo al mio destino, e non più tento
Di far vani ripari a la mia morte.
Facciami pur d’ogni altra vita casso,
E non più tarde l’ultimo tormento,
Che m’ha prescritto la mia fera sorte.
Tipo di mio mal forte
È quel che si commese per trastullo
Al sen nemico, improvido fanciullo.

2a Scena

Tenzone tra Alexander Dickson, discepolo di Bruno, e Williams (Gulielmus) Perkins di Cambridge.

Dickson:- …e le immagini devono essere impressionanti, efficaci, inconsuete in modo da colpire fortemente la memoria, a tal punto da essere incise in essa…l’arte della memoria è un culto religioso che discende da Trismegisto, che ha l’intuito e la profondità spirituale degli egizi! L’antitesi dei modi ferini, della frivolezza e superficialità greca, di coloro che non hanno avuto l’esperienza ermetica, non hanno scorto la vestigia del divino nella fabrica mundi, non hanno raggiunto l’unità con esso riflettendolo nel suo interno.

Perkins:- Tutte parole senza senso! Simili immagini, l’uso di simili immagini non solo è immensamente inferiore alla disposizione logica, ma è moralmente condannabile, perché esse possono risvegliare le passioni. Non a caso Pietro da Ravenna, nel suo libro sulla memoria artificiale, aveva proposto ai giovani l’uso di immagini libidinose. Le immagini più lussuriose della sua amante Ginevra di Pistoia, sono considerate da Pietro da Ravenna come quelle che maggiormente gli stimolavano la memoria. Un’arte del genere non è davvero per uomini pii, ma è stata messa assieme da gente empia, confusa, avvilita da satana, lontana da ogni legge divina!

Scena laterale:

Accanto all’immagine del “Theuti radius” di G. Bruno.

Un allievo di Giordano Bruno tra il pubblico parla del suo maestro e dell’arte della memoria, poi cita il brano tratto dal “Fedro” platonico in cui Socrate racconta l’incontro tra il re egizio, Thamus, e il saggio Theuth, che aveva appena inventato l’alfabeto:

Alexander Dickson:- (La memoria è una scrittura interiore. Frate Giordano insegna l’arte della memoria così come essa veniva tramandata oralmente nell’antico egitto. (Pausa) Ho sentito narrare che a Naucrati d’Egitto dimorava uno dei vecchi dèi del paese, il dio a cui è sacro l’uccello chiamato Ibis, e di nome detto Theuth. Egli fu l’inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell’astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi e finalmente delle lettere dell’alfabeto. Re dell’intero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città dell’Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è Ammone. Theuth venne presso il re, gli rivelò le sue arti dicendo che esse dovevano essere diffuse presso tutti gli Egiziani. Il re di ciascuna (arte) gli chiedeva quale utilità comportasse, e poiché Theuth spiegava, egli disapprovava ciò che gli sembrava negativo, lodava ciò che gli pareva dicesse bene. Su ciascuna arte, dice la storia, Thamus aveva molti argomenti da dire a Theuth sia contro che a favore, ma sarebbe troppo lungo esporli. Quando giunsero all’alfabeto: “questa scienza, o re – disse Theuth – renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e per la memoria”. E il re rispose: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore hai posto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio delle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria, perché fidandosi, dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di sé stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni, invece che di sapienza”.

4° filmato: Arresto di Bruno a Venezia da Mocenigo

1a Scena

Nella stanza di un palazzo veneziano vi sono il nobiluomo Mocenigo e Giordano Bruno. Piano medio (mezza figura) del Mocenigo, alle sue spalle, a qualche metro di distanza, si vede Bruno. E’ Bruno che parla e di Mocenigo si vede solo l’espressione del volto che fa capire il tormento e la profonda meraviglia di chi capisce di essere stato letto nel pensiero. Il Mocenigo è in procinto di denunciare Bruno all’Inquisizione.

Bruno:- Dove vi nasconderete dopo?

Mocenigo:-….

Bruno:- Dove vi nasconderete dopo?

Serie di in

2a Scena

La casa del Mocenigo è avvolta in un silenzio glaciale.

3a Scena

Mocenigo è un uomo solo, consumato dalla sua stessa cattiveria: ha denunciato Bruno all’Inquisizione. La sua denuncia si fonda su accuse false. La sua malvagità diventa un animale mostruoso che si rivolge contro di lui.

4a Scena

Nel silenzio del palazzo rimbombano i passi delle guardie che stanno andando ad arrestare Bruno.

5a Scena

Questi rumori, gli unici, gli rimbombano nel cervello e l’animale gli stritola le viscere. Quando le guardie bussano alla porta della stanza di Bruno, lui corre a vomitare.

6a Scena

Bruno è arrestato e trascinato nelle prigioni dietro il canal Grande.

7a Scena

Di lì a pochi giorni Mocenigo muore di dissenteria.

Contemporanea è la scena dello studio di G.B. Della Porta.

G.B. Della Porta si trova nella sua villa di Vico Equense. Sta scrivendo la commedia “La tavernaria”. Egli immagina, ad alta voce l’intreccio della commedia. Quando giunge nel suo racconto alle scene che sono rappresentate come scene laterali si alza dal tavolo su cui sta scrivendo e indica il luogo dove avviene la scena.

Della Porta:- La magia è l’esame dell’intero corso della natura. Se l’esame è completo si riesce a fare strane opere: quelle che il volgo chiama miracoli, laddove le opere di magia altro non sono che opere di Natura; e pertanto gli uomini superstiziosi, profani e malvagi non hanno niente a che fare con questa Scienza. Continuando nello studio il Mago deve diventare un Filosofo più che perfetto. Ciò si chiama magia poiché solo i più sapienti fra gli uomini la capiscono, e le cose più segrete appartengono ai sapienti e il termine mago in persiano significa sapiente. E’ per il popolo che si sono introdotti angeli o demoni e quelli che li hanno introdotti sapevano bene che non potevano affatto esistere. Ma gli uomini volgari che non sono filosofi, in realtà sono come bestie…Il linguaggio delle religioni, come dice Averroé nella sua poetica, è simile a quello dei poeti…Tali favole servono a condurci alla verità e ad istruire il volgo rozzo, che è necessario indurre al bene e ritrarre dal male, come si fa con i bambini con la speranza del premio e la paura della pena. “Così nel mondo si avvicendano grandi credenze che chiamiamo religioni. Quindi essendo il cambiamento delle religioni il massimo dei cambiamenti, ed essendo difficile il trapasso da ciò che è consueto a quel che è sommamente inconsueto, è necessario che la successione della nuova religione sia accompagnata da miracoli straordinari e stupefacenti. Per questo i corpi celesti all’avvento di una nuova religione devono far venire uomini che facciano miracoli. Così uomini del genere possono far venire e far scomparire piogge, grandine e terremoti, comandare ai venti e al mare, guarire ogni sorta di malattie, svelare i segreti, predire il futuro e ricordare il passato, andare oltre il comune senso della gente. Altrimenti non potrebbero introdurre nuove religioni e nuovi costumi tanto diversi. Così le forze sparse nelle erbe, nelle pietre e negli animali razionali e irrazionali, sembrano concentrarsi in costoro per dono di Dio e delle intelligenze, tanto che con ragione sono creduti figli di Dio”.

Serafina:- Messer Della Porta, le ho portato l’acqua fresca che m’avete chiesto.(Della Porta è immerso nei suoi pensieri e non sembra dargli retta. Serafina la serva lo guarda, guarda il pubblico con aria interrogativa, poi riprende) Messere…ho…

Della Porta:- Sì Serafina, metti qui e và via!

Serafina:- (Rivolta al pubblico) Sta sempe c’ ‘a capa int’ ‘e nnuvole. (Andando via) La Magia naturalis l’ha dato ‘a capa! E mò s’è fissato isso e na’ cummeddia che sta scrivendo…ogni tanto ‘o sent’ ‘e  parlà, ma io sinceramente nun ci aggio capito niente!!! Tutti nomi strevezi, ‘mbruogli, travestimenti…comme fa a pensà tutte cheste ccose?…Eh…ma messere Della Porta è ‘n’ommo ‘e cultura, nu’ filosofo allitterato ca parla bbuono…ma io nun ‘o capisco! (Va verso Della Porta, si schiarisce la voce) ehm…messer Della Porta…ma, se posso permettermi…che cosa state scrivendo?

Della Porta:- (Senza smettere di scrivere, sbuffa) Serafina, sto scrivendo una commedia.

Serafina:- Ah, una commedia…ma quindi fa ridere?

Della Porta:- (Alza spazientito gli occhi al cielo) Si, Serafì, di solito le commedie fanno ridere…

Serafina:- E messere…nun ve vulesse disturbà troppo…ma io vi sento spesso ‘e parlà e vularria capì pure io…me vulisseme spiegà…

Della Porta:- Serafina, ma che cosa dovrei spiegare?

Serafina:- Professò chello che state scrivendo…

Della Porta:- Che cosa ti devo spiegare?

Serafina:- …la commedia!

Della Porta:- La mia commedia?

Serafina:- Eh…vularria sapé…

Della Porta:- E ma…

Serafina:- Iammo, faciteme contenta…

Della Porta:- E va bbuono…dunque…Giacomino è un bel giovine dagli occhi verdi, bello ed elegante quasi da sembrare un principe, sia nell’aspetto che nelle movenze.

Serafina:- Nu’ principe?

Della Porta:- Si, guarda, quello che sta camminando lì in mezzo (indica tra il pubblico) con quel bel vestito azzurro!

Serafina:- Si, si…’o veco, è proprio nu’ bello giovine!!

Della Porta:- Em…! Giacomino è figlio di Giacoco, un vecchio contadino napoletano, avaro, un po’ goffo, ma affettuoso e accomodante (indica).

Serafina:- Ah…chillu vecchio scartellato?

Della Porta:- Si, quel vecchietto col bastone in mano.

Serafina:- E Gesù! E comm’ha fatto nu vecchio accussì brutto a fa nu’ figlio accussì bello?

Della Porta:- (La guarda leggermente irritato).

Serafina:- (Si ricompone in segno di scusa).

Della Porta:- Giacomino (sottolinea il nome modulando la voce come per rimproverare ulteriormente Serafina)…è follemente innamorato e ricambiato da Altilia, la bellissima figlia del Pedante.

Serafina:- E che d’è ‘o pedante?

Della Porta:- Il Pedante…il Pedante è un professore, uno che si crede un uomo di cultura, quando invece la sua cultura si esaurisce in vane chiacchiere…

Serafina:- Nu fetente?

Della Porta:- (La guarda, poi per non portare alla lunga il discorso taglia a corto) Eh, nu’ fetente.

Serafina:- Ma ‘o tenarrà nu’ nomme stu…pedante?

Della Porta:- Si, si chiama Tito Melio Strozzi Gimnasiarca.

Serafina:- Comme? Tutto merde strunzo patriarca?!?

Della Porta:- Serafì, Serafì…(scandisce) Tito Mellio Strozzi Gimnasiarca! Li vedi? Stanno lì tutti e due, lui con il libro sotto il braccio, e lei bellissima in quel vestito rosa pallido.

Serafina:- Ah, si, si aggio capito. Ma chilo areto a lloro…sicco sicco chi è?

Della Porta:- Quello è Lardone, il servo del Pedante, che poveretto, per la tirchieria del suo padrone vive perennemente affamato. E poi c’è Cappio, il servo del signor Giacoco, scaltrissimo nell’ordire intrighi e nel ricavare da essi profitti personali.

Serafina:- Nu’ figlio ‘e ‘ntrocchia!

Della Porta:- E’ quel biondo e aitante giovanotto che sta spazzando…

Serafina:- Ma è pure nu’ poco scemo!

Della Porta:- Ma che scemo Serafì, Cappio anzi è un tipo molto furbo!

Serafina:- Bah…a me me pare nu’ scemo! (rivolta al pubblico)

Della Porta:- E quello lì vicino all’albero tutto imbronciato è Antìfilo, il quale è perdutamente innamorato anch’egli di Altilia, ma da lei non è ricambiato!

Serafina:- Uh, povero ddio!

Della Porta:- Tutto comincia quando Giacoco decide di…

Serafina:- Aspettate, aspettate…e mo chi è Giacoco?

Della Porta:- Serafì. Serafì, mò mmò te l’aggio finito ‘e dicere, Giacoco è ‘o pate ‘e Giacomino, ‘o bellillo, che è innamorato di Altilia. Altilia è la bellissima figlia do’ Pedante, poi ce stanno ‘o servo do’ Pedante, Lardone, e ‘o servo ‘e Giacoco, Cappio. E poi Antìfilo…

Serafina:- ‘O povero ddio!

Della Porta:- È’!

Serafina:- Allora, mò faciteme tené a mmente: Giacoco è ‘o scartellato, ‘o vecchio, ‘o pate ‘e Giacomino, ‘o bellillo, che è innamorato di Altilia, la figlia do’ Pedante. Poi ce sta Lardone, ‘o servo sicco sicco, e Cappio, chillo scemo.

Della Porta:- Non è scemo Serafì, è furbo. E poi che ci stà?

Serafina:- E po’…ah, si, Antìfilo, ‘o ‘nnammurato respinto.

Della Porta:- Allora, stavo dicendo: Giacoco decide di andare a Posillipo per qualche giorno per controllare l’andamento della vendemmia in un suo podere, e lascia a casa il figlio Giacomino e il servo Cappio. Prima di andare via dona a Giacomino dieci scudi pregandolo di non sciuparli e di usarli per mangiare in quei giorni in cui lui sarà assente. Partito Giacoco…

Serafina:- E’ partito Giacoco? E addò è ghiuto?

Della Porta:- Serafì…a controllà ‘a vendemmia!

Serafina:- Ah, si, si, aggio capito!

Della Porta:- Eh! Partito Giacoco, Giacomino che non vede l’amata da molti mesi…

Serafina:- Altilia…

Della Porta:- Si. Chiede a Cappio, il suo servo di portarle una missiva…

Serafina:- Scusate, ma…

Della Porta:- Una lettera! Per combinare un incontro approfittando dell’assenza del padre. Cappio, e vedi tu se non è furbo, si fa consegnare da Giacomino i dieci scudi con la scusa del viaggio, e parte alla volta di Salerno dove risiede la bella Altilia.

Serafina:- Ah, ma allora Altilia stà ‘e casa a Salerno?

Della Porta:- Eh, infatti il povero Giacomino non la vede quasi mai! Per questo sfrutta l’occasione per vederla. Come dicevamo, per strada Cappio, mentre si trova ancora a Napoli, incontra Lardone, che gli dice che il pedante…te lo ricordi il pedante?

Serafina:- Si, comme, tutto merde stron…

Della Porta:- Si, si, hai capito…quello là. Allora Cappio incontra Lardone, che gli fa sapere che il pedante, padre di Altilia, deve venire a Napoli per sue questioni professionali e intende portare con sé la figlia e lui stesso, il servo Lardone, il quale si è avviato per prenotare dei posti alla famosa “Taverna del Cerriglio”. Immediatamente Cappio escogita un marchingegno per favorire l’incontro dei due amanti. Dice a Lardone di portare a casa di Giacomino la famiglia di Altilia perché lui e Giacomino avrebbero trasformato la casa in taverna, la taverna del Cerriglio. Ma a questo discorso assiste non visto Antìfilo, l’innamorato respinto di Altilia.

Serafina:- E mica fa ‘o fetente?

Della Porta:- E invece si! Infatti, per evitare che Giacomino e Altilia possano incontrarsi, si mette d’accordo con dei suoi amici per andare a Posillipo gridando: “Li turchi! Sono sbarcati li turchi!” con questo trucco, come sempre succede qui a Napoli quando si ha la paura che i turchi stiano sbarcando, tutti corrono alle proprie case, anche Giacoco correrà a casa sua, mandando all’aria il piano dei due servi.

Serafina:- Ma vide che figli ‘e cantare!

Della Porta:- La famiglia del Pedante è giunta accompagnata da Lardone. Sono là, alla finta Taverna del Cerriglio.

Lardone:- Miro questo mirabil vino come schizza, brilla e saltella da se stesso; mostra la schiuma, poi la risolve in perle grandi, poi in più picciole e le picciole in nulla. O che bevanda celeste più che nettare e pania che inveschia!

Pedante:- Accelera il bere.

Lardone:- Non son, questi, vini da bersi subito, ma prima farci un pochetto l’amore, poi accostarselo alla bocca pian piano con una maestà grande, poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e gire ad incontrarlo, torne un saggio e darlo alle prime labra; poi un altro che ne bagni la lingua e ‘l palato, poi spargerlo per tutta la bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giù nel ventre come fusse una medicina, e bevuto che n’arai un bicchiero, sta contemplando la battaglia che fan le membra che tutte vogliono esser le prime a gustarlo: il cuor primo ne cava la quinta essenza, il polmone tutto se ci tuffa dentro, le budelle se ne riempiono e la malizia all’ultimo se ne succhia la parte sua. All’ultimo si fa’ una succhiata de mostacci ammolliti nel detto liquore, perché ti servirà per una seconda bevuta per uno sciacquadente.

Pedante:- Presto, che stai addormentato su ‘l bicchiero.

Lardone:- Metti pian piano il vino, di grazia, per vita tua, ché vorrei più tosto sparger tutto il mio sangue che n’andasse una goccia per terra. Questo è vino d’una orecchia.

Pedante:- I vini dunque sono auriculati?

Lardone:- Vin d’una orecchia è quello che è eccellente, che quando l’hai bevuto va in testa e inchini la testa sopra alla spalla; ma quando si scuote la testa dall’una parte all’altra è segno che non val nulla. (Beve facendo rumore: glo, glo. Poi rivolto all’oste) Oste, poni dell’altro vino.

Pedante:- Che rumore è quello che fai con la gola, glo, glo, quando ingiotti?

Lardone:- Lo fo accioché il vino cali a poco a poco; e quel “glo glo” son le trombette, i pifari e i tromboni con i quali io l’onoro: Questo come si chiama?

Cappio:- Malvasia.

Pedante:- Lascia questo, che il nome t’addita che è malvaggio.

Lardone:- Anzi il contrario; ché “malvasia” non dice che sia malvaggio, ma dice “mal, va’ via” perché egli ti pone la sanità nel corpo. E questo?

Cappio:- Lacrima.

Pedante:- Cattivo augurio: annunzia lacrime e pianto.

Lardone:- Dicesi “Lacrima” che per la sua gagliardezza ti fa venir le lacrime agli occhi.

Pedante:- Lardone, vorrei che tu libassi i vini e non ingurgitassi nella voragine del tuo ventre le cotile, gli esavasi, gli acetabuli, i gutturnii, i cantari, l’anfore, le paropside e i ceramini interi interi. Hai bevuto per sei tedeschi.

I due si allontanano dalla taverna.

Per attirare a se l’interesse del pubblico e farlo girare dalla sua parte, Della Porta suona un campanello e lo risuona, poi chiama forte la serva Serafina.

Della Porta:- Serafina! Serafina!

Serafina:- Signo’ m’ avito chiammato?

Della Porta:- Se ti ho chiamato è mezz’ora che ti chiamo e scampanello quest’aggeggio (lo dimena facendolo ancora suonare)

Serafina:- Signo’ state calmo…

Della Porta:- La chiami acqua fresca questa? (Gli mostra il bicchiere)

Serafina:- Signo’ ve ne porto n’autro…subito subito. (Prende il piatto col bicchiere e va via di corsa).

Della Porta:- (Continuando il racconto interrotto) Il servo Cappio finge di essere il locandiere tedesco che accoglie i clienti. Giacomino riesce ad incontrare Altilia, ma giunge, inatteso, Giacoco che era scappato da Posillipo per paura dell’arrivo dei Turchi. (Indica verso la taverna dove Giacoco comincia la sua scena)

Giacoco:- (Rivolto al pubblico) Sia ringraziato lo Cielo ca me veo a la casa mea! Quanno arrivai a Posilipo, appena m’avea ciancoliati quattro muorzi, quanno – scappa, Dio, e fa buon iuorno – ca sento gridare “turchi! Turchi!”. Chilli strilli me fecero scorreiare e chilli quattro muorzi me deventaro tosseco. ‘O buco do culo (nell’originale: L’uocchio dello bifaro) me se fece tantillo e le nateche me facevano lappe, lappe, ca se m’acchiappavano (nell’originale: m’arrivacano), me ne sorchiavano commo n’uovo frisco. In concrusione, me arronchio commo a cotena, subito fà ‘mbressa (nell’originale tacca) ca se fa notte, me pongo le gambe ‘ncuollo e me ne brociolo a Napole, che ‘ncora le gambe me fanno iacovo iacovo. Lo filatorio ca avea ‘ncuorpo m’ha fatto correre commo avesse cùrsito allo palio. E io ca fuieva e ca dicea a lettere de messale: – Iacocos votu facere e gratia recepere! – O casa mia bella! Ma sto tanto scummuòppeto (nel testo originale sorriésseto) ca me pare na taverna. O quante sauciccie, fecatelli, scartapelle e marcangegne! Me fanno cannagola e stare a cannapierto.

Cappio:- (rivolto a Giacoco sempre interpretando il tedesco proprietario della locanda e quindi imitando buffonescamente la lingua tedesca) Bone vecchie, volere alloggiare a nostre ostelerie, ca te faremo scazzare?

Giacoco:- Ste vrache salate! Io non aggio voglia de bevere né de mangiare. Sto mirando se chesta è la casa mia.

Cappio:- Avete prese scambie, cheste stare mi ostelerie, no vostre case. Aspetta no poco, lassame arrecordare meglio. Chesta è la casa de Coviello Cìcula, appresso la casa de

Giacoco:- O ca io no so io, o chessa non è la casa mia. Io non sto chiù ‘nchisto munno. Cola Pèrtola, la terza è d’Aniello Sùvaro, la quarta è de Colabruoso e Jacovo Dello Caso, appriesso stava la casa mia; ma chesta me pare na taberna.

Cappio:- Bone companie, volere fare brindese?

Giacoco:- No boglio fare Brinnese né Galipoli, ch’aggio chiù boglia de dare sta capa pe ste mura. Io sto fora da me, no sto incerevriello, io non saccio se sto cà o dove sia; voglio fare lo veveraggio a chi me lo dice.

Cappio:- Merdamente, ché tu stare un altre e chesta non stare casa tua.

Giacoco:- Ora chisso è n’autro fatto (nell’originale chiàieto); e me vuoi proprio fare imbertecare lo celevriello, ca me vuoi dare a ‘ntennere ca io non so io. Chissi fatti (nell’originale chiàieti) non servono. Me vuoi dare a ‘ntennere vessiche pe lanterne o ca le femmene figliano pe le denocchie? Chi sa se la paura delli turchi m’ave fatto diventare pazzo? Chi sa se dormo? (si da uno schiaffo) Ma io non dormo, ca sento, e non me sonno.

Cappio:- Ah, ah, ah!

Giacoco:- Mira cca sto todisco ‘mbriaco, ca no lo cacciarissi da no campo de fave, se ride delli fatti miei. Forse qualche Cionciamauriello o chillo che pozza squagliare diavolescamente m’avessero fatto diventare la casa mia chiù lontana? Se fosse carnelevale, diceria ca s’è ammascarata e s’ha pigliata na mascara de taverna. Forze sto todisco è pazzo o so’ pazzo io o semo pazzi tutti dui; ma se fosse pazzo, come forria venuto da Posilipo fino a Napole e no errare la via?

Cappio:- Tu stare imbriache, poter ire a dormire, perché te passare le imbriachezze certe certe.

Giacoco:- Tu sarrai qualche spirito (nell’originale: rifolo) dello ‘nfierno o chillo ca puozze sparafondare. Dove voglio ire a dormire, ca no aggio casa? Vuoi ca dorma miezo sta chiazza? O Celo, ca venesse Chiappino, ca me facesse ‘mparare la via!

Cappio:- Che omme stare chesse Chiappino?

Giacoco:- No catarchio, no catàmmaro peio ca non sì tu.

Cappio:- Tu mentire per le gole, ché cheste Chiappine stare gran omme da bene.

Giacoco:- Ora chesta è la ionta dello ruotolo, avere a competere co no tavernaro. Basta, ca me ce hai cogliuto solo e de notte; se ‘nce fosse ccà Chiappino, mo che sto ‘ncepollato, te faria dare cinquanta smorfie e schioccolate a sso celevriello. La mentita è morta e no bale.

Cappio:- Chiappino essere ommo onorato comme me stesso.

Giacoco:- Fernimmela ambressa (nell’originale: Scompimmola presto), ca non pozzo scellebraréme con tico, che te vegna no cofano de malanni. Me voglio partire, ca sta cosa è pe venire a fietu. Te tengo alla camera de miezo; viene e famme na cura co lo muto. (indica con la mano il deretano e poi mima l’uso del clistere)

Cappio:- Mi volere serrare le ostellerie, bone notte, e se non la volere, la mala notte.

(Giacoco fa per andarsene, ma dopo due passi si ferma, è preso dal panico di non ricordare più dov’è casa sua. Si gira e vede Cappio, infatti questi ha ripreso le vesti del servo)

Giacoco:- Serra, ca te sia serrata la canna dello manduoco co no chiappo. O povero (nell’originale: negrecato) Iacuoco, ca no saccio che m’è ntravenuto, ca sto peggio ca si fossi ‘ncappato nmano de turchi. So stracco, ca so cùrzeto commo a no fùrgolo, e me siento, ahie! Morire de famme; e borria ca no stràulo me strassinasse alla casa mia. O mamma mia, commo farraggio? Ca penso ca so spiritato e averaggio ‘ncuorpo qualche spirito maligno, e bisognerà ca vaia a Surriento a fareme scongiurare. Non saccio che fare; sto commo a no pollicino ‘mpastorato alla stoppa.

Cappio:- O padron mio, che siate il ben trovato!

Giacoco:- Eilà, fosse Chiappino chisto? Eccotillo; isto è isso. Che signi lo ben trovato, ca ieva sulo e me parea a no momento all’ato m’avessero regnere ‘e mazzate (nell’originale: ca ad ora ad ora me fosse pigliata la mesura dello ioppone).

Cappio:- Come! Tornate da Posilipo a quest’ora?

Giacoco:- Chiappino, ch’aggio avuto na mala cacavessa, e lo Celo sa quanti piriti (nell’originale: quanti vernacchi) me sono scappati, ca se non me ne fuieva (nell’originale: appalorciava), bello me pigliavano comm’ ‘a na pigna d’uva (nell’originale: ne rappoleiavano); e mò sarria (nell’originale: forria) ‘nmano de turchi. E mò stava mirando sta casa!

Cappio:- Perché stavate mirando questa casa?

Giacoco:- Pensava entrare alla casa mia e l’aggio trovata taverna; e no todisco ‘mbriaco me voleva convincere (nell’originale: fare acconsenni); e se non ero furbo (nell’originale: era sapatino), me pigliavano buono buono pe culo (nell’originale: me carfettava a crepapanza), a serra de lino.

Cappio:- E voi pensate che questa sia casa vostra? Voi sete fuor di cervello, questa è l’osteria del Cerriglio, e la vostra casa è un pezzo lontano di qua.

Giacoco:- Me penzo ca me s’è sbodato lo celevriello dintro la catarozzola (si da una botta col palmo della mano sulla testa), ca io no saccio se so isso o no, né chi pozzo essere. Ma tu che vai sanzarianno a chest’ora per Napole?

Cappio:- Vostro figlio m’ha mandato al libraro per aver certi libri per studiare tutta la notte.

Giacoco:- Che libri?

Cappio:- Barattolo ribaldo, Sal in aceto e Paolo te castre.

Giacoco:- Puozzi essere castrato tu e tutti li pari tuoi.

Cappio:- Andiamo a casa, ché so tre ore di notte; e a quest’ora fa un freddo molto grande e s’è levata una tramontana penetrativa che fa molto danno alle teste de vecchi.

Giacoco:- Se non tornavo, era bello e cacato. Ma dimmi, avite spiso chille cincoranelle?

Cappio:- Attendete alla salute vostra e poi cercate le cinque grana. Copritevi la testa con la cappa, che il vento non vi faccia danno. (Gli copre la testa e anche gli occhi con il cappello)

Giacoco:- Pe ll’arma de vavemo, ca dici buono. Coprela bene.

Cappio:- (Aggiustandogli il cappello ancora meglio sugli occhi non permettendogli di vedere nulla) Sta bene così?

Giacoco:- Tu m’hai coperti le uocchi commo si fa alli farcuni co lo cappelletto o commo alli cavalli marvasi quanno si strigliano.

Cappio:- Così bisogna coprire, ché non offenda il vento.

Giacoco:- E commo pozzo bèdere la via?

Cappio:- Appoggiatevi al mio braccio, ch’io vi condurrò a casa, ché la notte è tanto oscura che, se foste con il capo scoperto, non vedreste la via.

Giacoco:- Orsù, caminiamo. Mò dove siamo?

Cappio:- Ad Antuono speziale.

Giacoco:- Chillo che fa le cure c’ ‘a pumpetta ‘nculo (nell’originaqle: con lo schizzariello)?

Cappio:- Signor sì.

Giacoco:- Zitto, zitto, ca non ce senta; ca l’autro iuorno me venne a fare la cura e me ‘mpizzai lo cannello tanto forte ca m’appe a sparafundare, e poi fece lo vrodo tanto caudo che me scaldai tutto lo cularino (si tocca il sedere); e però no lo vuozzi pagare. E mò dove simmo?

Cappio:- A mastro Argallo che fa li brachieri.

Giacoco:- Passamo a largo, ca m’aggio fatto fare lo vrachiere mio (si tocca nel mezzo delle gambe) e non l’aggio pagato ancora. Ma quanno arrivarimmo, ca songo allancato?

Cappio:- Anzi, non sete a meza via, e volete essere gionto?

Giacoco:- Me fae botare ‘ntorno ‘ntorno, commo botasse lo filatorio o commo lo mulo ca bota lo centimmolo.

Cappio:- Perché vi meno per strade accortatoie.

Giacoco:- Quanno arrivarimmo alli solachianielli?

Cappio:- Or ci siamo.

Giacoco:- Alluntanammece (nell’originale: Arràssate) dalla poteca de Giangilormo Spicciacaraso, ca m’ave arrepezzate le scarpe e le devo dare cinco tornisi, e mo me vole accosare.

Cappio:- Già siamo gionti.

Giacoco:- Tòzzola la porta.

Cappio:- Tic toc, tic toc.

Giacoco:- Quanto sta ad aprire sta madamma tràccola? Presto, pettolosa mezzacammisa, che te puozze rompere lo cuollo pe ssi scalundruni!

Dal palco dello studio di Della Porta:

Della Porta:- Serafina! Serafina! (Rivolto al pubbico) Aveva detto che mi portava l’acqua subito subito!

Serafina:- M’avite chiammato?

Della Porta:- (La guarda, poi guarda il pubblico, poi riguarda Serafina)

Serafina:- Non m’ avite chiammato?

Della Porta:- Stai aspettando l’inverno per portarmi l’acqua fresca?

Serafina:- Oooh! Scusateme, scusateme, scusateme…professo’….me ne so scurdata…ma mò mmò corro e ve lo porto subito!

Della Porta:- Te sì scurdata! Cara piccerella, m’ ‘e fatt’arricurdà ‘e nù frate ca sapeva a memmoria cchiù e mille versi e puteva cummencià a miezo o recità tutto tutt’ ‘o ccuntrarie… a cummanno, proprio cumm’a tte ca te scuorde pure addò sì nata! Fa presto, puortame stu bicchiero d’acqua e vedi ‘e nun te scurdà n’autra vota! (Mentre lei esce, rivolto al pubblico) Questa fantesca è proprio svanita…sarà innamorata…no non è possibile è sposata…già proprio lei mi parla spesso di suo marito Gennarino…bà!

Serafina:- Professò, me so distratta…pecché m’ero appassionata alla storia di Giacomino e Altilia e sentendo sentendo m’aggio scurdata ‘e ll’acqua!

Della Porta:- Ah! Allora ti piace questa storia?

Serafina:- Se me piace? Mentre vuie a stiveve cuntanne m’è venuto ‘o triemmulo…e mò…professò che succede a Giacomino! ‘O pate vene a sapé d’ ‘o ‘mbruoglio!

Della Porta:- ‘O  ‘mbruoglio? ‘O ‘mbruoglio s’imbroglia ancora di più! Giacoco e Cappio entrano nella casa. Il padre di Giacomino non ha ancora capito quello che il figlio ha organizzato. E continuando a non capire caccia dalla sua casa sia il Pedante che il servo suo Lardone. Cappio li acompagna alla vera taverna del Cerriglio, dove però essi non trovano posto né cibo perché tutto finito.

Serafina:- E Altilia sta ancora con Giacomino a casa di Giacoco?

Della Porta:- Si! Ma ora per capire l’intreccio…

Serafina:- Intreccio? E che cos’è l’intreccio?

Della Porta:- Intreccio…Serafina! ‘O  ‘mbruoglio!

Serafina:- Aaah! ‘O ‘mbruoglio…e parlate buone, nun parlate todisco!

Della Porta:- E Todisco…Stai a sentire cosa accade ora. Lardone e il Pedante dunque rimangono per la via, stanchi pieni di sonno e affamati. E qui che li incontra Limoforo, padre di Antifilo, che li invita a casa sua. Lardone per vendicarsi di Cappio, per colpa del quale è ancora una volta rimasto senza mangiare, decide di riferire l’accaduto ad Antifilo, sicuro che quest’ultimo acceso da gelosia si risolverà contro Giacomino e Cappio.

Serafina:- …e allora?

Della Porta:- Ma a questo punto c’è il colpo di scena!

Serafina:- Colpo di che?

Della Porta: Colpo di Scena! Siente Serafì, io tengo sete si nun me porto ‘o bicchiero d’acqua nun racconto più niente!

Serafina:- Professò…aspettate io vado…(fa per uscire, poi si ferma) io vado a prenderlo, ma voi aspettate me per continuare il racconto! (lo guarda e poiché Della Porta non dice nulla) M’aspettate?

Della Porta:- Si, Serafì, t’aspetto ma fa ambresse!

Serafina:- Faccio nu volo!

Della Porta:- E nu volo dalla fenesta!

Della Porta rimasto solo fa delle considerazioni su Serafina.

Della Porta:- Chesta è na brava figliola. Questa commedia le piace…

Serafina:- (Di ritorno con una guantiera con sopra una bottiglia d’acqua e un bicchiere) Professore Della Porta ecco l’acqua!

Della Porta si versa un bicchiere d’acqua. Beve.

Della Porta:- Allora…Searafina vuoi sapere come va a finire?

Serafina:- Stongo ccà pe cchesto!

Della Porta:- Allora stavamo al colpo di scena. Che significa che succede una cosa che nessuno si aspetta. Serafì nientemeno si viene a sapere che il Pedante non è il vero padre di Altilia, ma è Limoforo.

Serafina:- Limoforo? Prufussò e io m’aggio scurdato, chi è Lomaforo?

Della Porta:- Limoforo, Serafina, Limoforo. Limoforo è il padre di Antifilo l’innamorato respinto di Altilia.

Serafina:- E allora Antifilo e Altilia sono fratelli?

Della Porta:- Brava! Sono fratelli e quindi…

Serafina:- Non si possono sposare!

Della Porta:- Proprio così!

Serafina:- E quindi Giacomino e Altilia si possono sposare. Ma i padri che ne pensano…sono d’accordo? Giacoco viene a sapere dell’inganno organizzato da Giacomino?

Della Porta:- Allora guarda là e stai a vedere come finisce…

Giacoco:- O che bella piezzo ‘e femmina, o che uocchi cennarielli, o che faccia vasarella, o che bocca cianciosella, o che labri mozzecarielli, o commo è iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la state chesta te farà stare frisco commo na rosa e d’inverno t’a tiene pe’ na coperta. E perché non la basi? No bidi ca chella bocca dice basame, basame?

Giacomino:- Padre, la bacio mille volte per ora con la bocca del core.

Giacoco:- Iacoviello mio, appiendi na cipolla squigliata alla finestra soia pe combattere ‘o malocchio d’e ‘mmiriusi. E tu, Aurelia mia, ama Iacoviello mio, ca la bellezza toia l’ha tanto spertosato lo core che ne sta tutto scarfato e spronamentato.

Altilia:- Egli non è mai cambiato di amore; ché non tantoegli m’amò con buona intenzione, com’io l’ho amato con buona volontà.

Giacomino:- O vita mia, se morisse ora, morrei contentissimo per morire in tanta gioia, acciocché il mondo con le sue avversità non ci meschiasse poi il suo amaro, come suol far spesso con le cose d’amore.

Altilia:- Ed io non vorrei morir mai per godermi sempre di sì compita felicità.

Giacoco:- Orsù, pozza essere alla bon’ora.

Giacomino:- O giorno felicissimo e chiaro, che sei nato da così oscura e in felicissima notte!

Antifilo:- O sorella, quanto devi ringraziare il Cielo che mi foste così disamorevole ed ingiuriosa con tanti improperii, che se benigna mi foste stata, avendoti poi conosciuta per sorella, mi saresti stata amara ed acerbissima. E chi può opporsi ai gran secreti del Cielo? Onde le speranze dell’amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via.

Altilia:- Fratello carissimo, or si spega l’amor della carne e da oggi innanze divenghi amor di sangue.

Pedante:- Antiphile mi, tardi venisti.

Limoforo:- Figlia, sei stata tanti anni senza padre, or in un punto n’hai acquistati tre: l’un vero che son io, l’altro falso che s’era fatto me, e ‘l maestro che t’ave allevata come padre.

Altilia:- Poiché io non posso esser figlia se non d’un padre, amerò voi con quel vero amore che dee amare un’amorevole e obedientissima figlia; il maestro, che m’allevò con tanta carità e affetto paterno, l’amerò con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come istrumento della mia felicità, l’amerò con amor verissimo e non finto.

Limoforo:- Maestro mio, per ricompensarvi in parte l’obligo che vi tengo di avermi allevata la mia figlia con tanto dispendio e amore, restarete in casa mia, voi e la balia: ove sarete padroni come son io, e sarete serviti e amati con quell’amore ch’avete amata e servita la figlia mia, mentre che vivrete; né vi sia bisogno più di gir a Roma, ché già sete in età di riposarvi e no straziarvi per viaggio e nelle letture, e vi servirà mia figlia come v’ha sempre servito.

Pedante:- Maximas vobis ago gratis.

Giacoco:- Iacoviello mio, veo ca d’allegrezza no capi dintro la pelle, e stai cannapierto a mirare sta faccia strellecata e lenta e penta de mogliereta, e te par mill’anni di parpezzare no poco e darli quattro broccoli. Trasitenne e mprenammella sta notte a no nello ninnillo.

Giacomino:- Poiché le ricchezze che non si spendono ne’ bisogni, sono miserie e povertadi, però vorrei invitar tutti questi questa sera a casa nostra.

Giacoco:- Perdoname se te spezzo parola a bocca, ca non ce voglio spendere manco na spagliocca. Chisse ne rappoleiano na mangiata e nui restammo affitti e negrecati.

Giacomino:- Mi dispiace molto non invitarli.

Giacoco:- E nui facciamole na bona nzalata, no pignatto di foglie forzute, nu sanguinaccio e na meuza zoffritta.

Pedante:- Or che siamo tutti alacri e ridibondi, chiamansi i musici, e con sibili sonanti e con belle circumvoluzioni di coree s’onori questa copula matrimoniale.

Giacomino:- Sì bene, chiamiamo suoni per i balli.

Giacoco:- Basta no vottafuoco, na cetola, no colascione e no zucozuco.

Giacomino:- Ci rimediarò ben io.

Giacoco:- Auscutatori miei, perché site perzune da bene e me date onore per le vertude vostre, veo ca ve arrievolite de famme. Per darve sfazzione, se volite venire a ciancoliare co nui così auto auto, a primo vi cacciarimo lo fecato, le stentine e lo core de porco e ve arrostarimo dintro no furno na bella porcella, e vi friarimo dintro na tiella na bona frittata, e vi bollerimo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve menozzarrimo tutta la carne co la mostarda, ed allo decreto ve annegarrimmo dintro votte de vino, tal che ve ne iarrite alle case vostre tutti senza uocchie, fecati, stantine e polmoni, arrostiti tutti e bolliti, menuzzati e annegati.

Della Porta:- La memoria è ricordo. Il teatro è memoria, che si esercita con l’immaginazione. Tutto avviene in uno spazio dove l’artista ha predisposto luoghi, concetti, parole, storie, movimenti, intrighi, tempi, condanne, assoluzioni, guerre, paci, battaglie, amori, amicizie, sentimenti, beatificazioni, maledizioni, santità, dolori, ferite, paure, gioie, vita e morte. Gli attori interpretano le immagini che nascono dalla memoria immaginifica del drammaturgo. Creano quelle statue mobili di cui parla Ermete Trismegisto. La magia del teatro si compie!  Gli attori sono immagini mobili della memoria, che hanno vita dall’artefice primo, l’artista drammaturgo. Essi sono immagini dell’immaginazione, dalla cui luce nascono le scene come ombre delle idee dell’artefice primo, e attraverso esse con l’aiuto dell’arte della memoria gli attori si identificano con il drammaturgo. E dunque Filippo diventa Giordano, Leonardo diventa Tommaso, Francesco Tragagliolo, Mario Giacoco ed io Gianbattista! E tutti loro sono l’artefice! Così sembra si viva due vite: la nostra e quella del personaggio che si interpreta, dilatando il tempo e lo spazio. E infiniti mondi si presentano ai nostri sensi. E uno di essi è quello voluto per noi dal drammaturgo, e non è meno reale di quello di Filippo, Leonardo, Francesco, Mario. Il mondo di Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Giacoco il vecchio contadino della commedia di Della Porta…di cui io sono l’ombra, lo specchio, l’immagine immaginata che vive. Uno spazio dell’immaginazione che è parte del mondo reale e tu (si rivolge ad uno del pubblico) in questo spazio puoi entrare e vivere pure tu l’ esperienza magica di una doppia vita. In un momento trovarti in un’altra vita, forse quella di un tuo avolo, vissuto tanti anni fa, ai tempi di un processo che condusse al rogo non solo un uomo ma un modo di concepire l’esistenza. 

Scena 3

Il processo di Giordano Bruno (febbraio 1597)

I personaggi della scena sono: G. Bruno, Papa Clemente VIII, il Cardinale Giulio Antonio Santori, il Cardinale Roberto Bellarmino, l’Inquisitore Alberto Tragagliolo, i giuristi: Marcello Filonardi e Giulio Monterenzi, il generale dei domenicani Ippolito Maria Beccaria, il referendario apostolico Pietro Millini.

Pietro Millini:- Oggi 7 febbraio dell’anno del signore 1597 è qui riunito il Sommo Tribunale dell’Inquisizione per trattare il processo a Giordano Bruno da Nola. Alla presenza di Sua Santità il Papa Clemente VIII vi sono i Cardinali del Sant’Uffizio: Giulio Antonio Santori e Roberto Bellarmino, il Commissario Generale il domenicano Alberto Tragagliolo, i giuristi Marcello Filonardi e Giulio Monterenzi, il generale dei Domenicani Ippolito Maria Beccaria ed io, referendario apostolico Pietro Millini. (poi, poggiate le carte che ha in mano e presene delle altre dal tavolo si rivolge a G. Bruno) Qual è il vostro nome!

Bruno:- Giordano Bruno nolano.

Millini:- Quindi nato a Nola?

Bruno:- Sì, nacqui a Nola.

Millini:- Come si chiamava suo padre e sua madre?

Bruno:- Io nacqui da Giovanni, di professione soldato e da Fraulissa Savolina, i quali mi chiamarono Filippo.

Millini:- Da quando e perché vi chiamate Giordano?

Bruno:- A 14 anni entrai come novizio nel convento di S. Domenico a Napoli, e cambiai il mio nome da Filippo a Giordano, per cui mi firmo Giordano Bruno nolano.

Millini:- Passo la parola al Commissario Generale Alberto Tragagliolo per l’interrogatorio dell’imputato.

Tragagliolo:- Si accusa frate Giordano di eresia derivante da erronee opinioni sulla santa fede cattolica. I testimoni dicono di aver udito il detto frate pronunziare le parole: “il procedere che usa adesso la Chiesa non è quello che usavano gli Apostoli perché quei con le predicationi e con gli esempij convertivano la gente, ma chi ora non vuol essere Catholico bisogna che provi il castigo e la pena perché si usa la forza e non l’amore. Ciò anche perché la Chiesa è governata da ignoranti e asini”. (Rivolto a G. Bruno) Cosa dite in proposito?

Bruno:- E’ tutto falso, io non ho mai detto quelle parole.

Tragagliolo:- E’ falsa anche la deposizione del teste Matteo De Silvestris, che dice di avervi sentito progettare di mettervi a capo di una nuova setta e, riportando le parole del teste, “che aveva, riferendosi a voi, cominciata una nuova setta in Germania, e che se fosse liberato di prigione voleva tornare a formarla et istituirla meglio,e che volea si chiamassero Giordanisti”?

Bruno:- Fandonie, pure invenzioni, accuse mosse dall’ividia de’ pedanti.

Tragagliolo:- (Rivolto alle autorità, con ironia) Come vedete, tutti mentono solo il frate Giordano dice il vero!! (Poi rivolto a Giordano) I testimoni del processo di Venezia, leggo dagli atti testualmente, affermano: “E dicea ch’era tenuto in Inghilterra, in Germania, et in Francia dove era stato per nemico de la fede Catholica, e dell’altre sette, e veniva favorito come filosofo nuovo ch’insegnava la vertà, e che se non fosse stato frate l’havriano adorato”. In sostanza vi accusano di non credere né in Dio, né nei Santi, né in alcuna altra cosa, di essere insomma un uomo senza religione!

Bruno:- Anche questo è falso! In Inghilterra e in Germania mi dovetti dichiarare senza religione e filosofo per evitare che quelle sette m’incolpassero e mi costringessero a condividere il loro credo! Ma le parole non hanno sempre un’unica interpretazione, e i testi hanno interpretato male quello che io ho detto, e quello che io ho detto non è ciò che loro hanno riferito all’inquisizione. In quel tempo avea intentione de pigliar queste e alcune mie altre opere stampate et che io approbo, ché alcune non approbo, et andarmi a presentar alli piedi de Sua Beatitudine, la qual ho inteso che ama li virtuosi, et esporli il caso mio, et veder di ottener l’absolutione di excessi et gratia di poter viver in abito clericale fuori dalla religione.

Tragagliolo:- Sì Fra Giordano, tutto ciò che gli altri dicono di voi è secondo voi falso. Ma troppe son le cose che si dicono di voi. Anche Messer Mocenigo mente quando dice che avete parlato contro la Trinità, la divinità di Cristo e l’incarnazione? Non è vostra l’affermazione per cui avete asserito che Cristo era un tristo, che faceva miracoli apparenti e ch’era un Mago e così gli Apostoli Suoi? Non sono vostre le parole per cui, secondo il vostro pensiero eretico, Cristo mostrò di morire mal volentieri e che non fu posto in croce ma fu impiccato sulla forca come all’hora si solevano attaccare gl’huomini delinquenti? Non siete stato voi ad affermare risolutamente che la croce era un simbolo della dea Iside, tenuto in venerazione dagli antichi e che i christiani l’aveano rubbato da gl’antichi fingendo che in quella forma fosse il legno sopra il quale fu affisso Chirsto? E non siete stato pur voi a dire che Cristo commise peccato mortale quando nell’orto pregò il Padre di allontanare da lui quel calice, rifiutando di compiere il suo volere? Non sono poi vostre le bestemmie con le quali avete apostrofato Cristo chiamandolo “cane becco fottuto” et alzando la mano contro il cielo, come ha riferito e testimoniato Fra Celestino da Verona? E ancora Messere Mocenigo ha riferito che avete più volte detto che è bestemmia grande quella de’ catholici, il dire che il pane si transubstantii in carne? Lo stesso Messer Mocenigo ha affermato che voi siete nemico della Santa Messa! E ancora non è forse vostra l’affermazione per cui avete messo in discussione addirittura la verginità di Maria Vergine, dicendo: “che era cosa impossibile, ch’una vergine partorisse ridendo, e burlando di questa credenza gl’huomini”?!

Bruno:- E’ troppo semplice per chi è asino e ignorante, pedante, prender frasi strappate da un ragionamento filosofico di cui non ha capito nulla e riportarle fraintese e fuori dal loro naturale contesto! E’ troppo semplice capire che non è solo per ignoranza che si fa ciò, ma anche per invidia che diventa odio, tutte cose che la religione cattolica condanna. Messer Mocenigo, è spinto da risentimenti personali quando porta argomentazioni contro di me. Messer Mocenigo non è riuscito ad avere, nonostante le mie lezioni, le conoscenze che credeva di acquisire. Ma questo perché non è all’altezza intellettuale di ciò che gl’insegnavo. Per questo, mosso da rancore m’ha accusato e incolpato di cose che non ho mai detto e pensato! Gli altri uomini che mi accusano non sono stinchi di santi, sono a loro volta inquisiti.

Tragagliolo:- Vogliamo sapere se abbi mai lodato alcun eretico o principi eretici, poiché tanto tempo ha conversato con essi loro; di che li abbi lodati, e qual sia stata la sua intenzione in ciò.

Bruno:- Io ho lodato molti eretici ed anco principi eretici (mormorìo nella sala del tribunale); ma non li ho lodati come eretici, ma solamente per le virtù morali che loro avevano; né li ho mai lodati come religiosi e pii, né usato simil sorte di voce di religione. Ed in particulare nel mio libro “Della Causa principio et uno” io lodo la Regina de Inghilterra e la nomino Diva, non per attributo di religione, ma per un certo epiteto che li antichi ancora solevano dare a principi, ed in Inghilterra, dove allora io mi ritrovava e composi quel libro, se suole dar questo titolo de diva alla Regina; e tanto più me indussi a nominarla cusì, perché ella me conosceva, andando io continuamente con l’Ambasciatore in corte. E conosco di aver errato in lodare questa donna, essendo eretica, e massime attribuendole la voce di diva.

Tragagliolo:- Fra Giordano a detta del procuratore Contarini nella sua relazione al Collegio di Venezia, voi siete uno dei più eccellenti et rari ingegni che si possa desiderare et siete uomo di exquisita dottrina e sapere. Ma ciò non comporta vantaggio, anzi vi si ritorce contro. Tutto il vostro sapere al servizio di satana! Forse è lui che vi ha suggerito la teoria per cui affermate l’esistenza di molteplici mondi e la loro eternità. Se i mondi fossero molteplici ed eterni, non ci sarebbe stato bisogno di un Dio creatore, niente provvidenza divina. Tutta una teoria contro la cosmologia della chiesa cattolica!

Bruno:- Chi non intende uno, non intende nulla, cussì chi intende veramente uno, s’approssima più all’apprension di tutto. E’ la mente che ha ispirato il mio cuore con vivida immaginazione, e che si piacque di infondere ali alle mie spalle, e di trasportarmi il cuore ad una meta prestabilita da un ordine eccelso, per cui è lecito sprezzare la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene, che solo pochi varcano e da cui solo pochi si sciolsero..tutti soccombono ad un pitagorico silenzio…Cussì io sorgo impavido a fendere con le ali l’immensità dello spazio! Chi non intende uno, non intende nulla, cussì chi intende veramente uno, s’approssima più all’apprension di tutto! Esistono, dunque, molteplici mondi…sono mondi anche paralleli a cui si può accedere attraverso varie facoltà, tra cui la memoria, la fantasia…attraverso lo strumento dell’arte…il concetto dell’arte…Ed io sono qui…e sono anche là e sono sopra e sono sotto!

Mormorìo tra gli astanti.

Tragagliolo:- E la trasmigrazione dell’anima…i vostri accusatori dicono che avete affermato che le anime partendo da un mondo, andavano nell’altro e che voi stesso eravate stato un’altra volta nel mondo in un cigno!

Bruno:- Ho tenuto che l’anime siano immortali…e che, catolicamente parlando, non passino da un corpo all’altro, ma vadino o in Paradiso, o in Pugatorio o in Inferno; ma ho ben raggionato e seguendo le raggioni filosofiche, che, essendo l’anima subsistente senza corpo, perché essa è in ogni cosa…in tutte le cose della natura et inessistente nel corpo perché nel corpo essa è frammento di quella grande anima del mondo, per queste motivationi essa possa nel medesimo modo ch’è in un corpo, essere in un altro e passare d’un corpo in un altro. E la storia del Cigno è una burla per i pedanti!

Tragagliolo:- Messer Mocenigo afferma che vi siete dato anche all’arte divinatoria. Magia! Avete accusato di idolatria tutti coloro che hanno venerato le immagini dei Santi e le reliquie! Avete detto che il breviario delle preghiere doveva essere bruciato e che chi ha fatto il breviario, ovvero chi l’ha ordinato, è un brutto cane, cornuto fottuto, svergognato, e che il breviario è come un liuto scordato!

Bruno:- E’ l’incapacità de’ pedanti a comprendere la mia arte della memoria che ha generato questa credenza! La Magia, quella che non si sviluppa attraverso credenze superstiziose è conoscenza…profonda conoscenza della natura attraverso la quale si giunge alla conoscenza di se medesmo e quindi di Dio. Quei asini fottuti, teste piene di escrementi, buoni solo a pisciare sentenze e vuote parole, non sanno nemmeno di non sapere!

Il mormorìo che in sala già si sentiva all’inizio di questo intervento di Bruno a quest’ultima frase diventa un vociare diffuso e minaccioso. Interviene, perentorio il referendario apostolico Millini.

Millini:- Contegno! Contegno, frate Giordano!

Bruno:- Essi si sono meravigliati della mia grande memoria, di ciò che dentro di me io come uno specchio rifletto della natura, e quindi di Dio e della veritade e conoscenza che simile mi rende alla divinitade! ( Altro mormorio in sala) Per far ciò non v’è bisogno di credere a immagini fuori di noi, ma attraverso la fantasia e l’immaginazione che hanno sede dentro di noi, creiamo immagini che riposte nei loci appropriati ci rendono una memoria illimitata. Quale potere hanno le immagini fuori di noi, le immagini che idolatri chiamano santi? Quale valore ha il pregarle? E’ per questo che non c’è bisogno di di un breviario, non c’è bisogno di preghiere da ripetere come vuote parole lontano da noi e da Dio!

In sala riprende il vociare convulso. Millini interviene di nuovo.

Millini:- Silenzio! Frate Giordano vi richiamo ad un atteggiamento più consono a questo tribunale! Voi siete un imputato non la pubblica accusa!

Tragagliolo, visibilmente in difficoltà cerca di trovare le parole per una ulteriore accusa

.

Tragagliolo:- E sempre Messer Mocenigo afferma che  vi siete congiunto con donne in peccato carnale!

Bruno:- Ammetto di aver amato molte donne, ammetto che esse mi sono piaciute e mi piacciono ancora, ma questo è il minore dei peccati, vicino al peccato veniale. Comunque riconosco in questo campo la validità della dottrina ecclesiastica, anche se considero l’amore tra un uomo e una donna alla base della creazione della specie umana, un atto d’amore creativo. 

Tragagliolo:- (Rivolto ai presenti) Viste le risposte di Fra Giordano Bruno da Nola, in special modo per quanto concerne gli ultimi capi d’imputazione, che fanno riferimento a suoi scritti, di cui non si ha precisazione dallo stesso frate, propongo a questo tribunale di procedere all’interrogatorio sotto tortura.

Tragagliolo lascia il palco di Bruno e attraverso la passerella giunge sul palco di Campanella, mentre i gendarmi approntano la macchina della tortura su cui legano frate Giordano.

Scena 4

E’ in questi anni che Camapanella affronta per la prima volta il tema di fondo della sua concezione politica, l’unificazione di tutti i popoli sotto un’unica legge che sia insieme civile e religiosa.

All’inizio del 1594 Tommaso Campanella è arrestato, assieme ad alcuni amici, per ordine dell’Inquisizione con l’accusa di “gravissimo sospetto di eresia”. E’ costretto alla pubblica abiura delle sue dottrine.

Scena di Tragagliolo e Campanella

Tragagliolo:- Giura, frate, di dire la verità…tutta la verita.

Campanella:- Il Signore Iddio lo ha giurato. Accorri in mio soccorso!

Tragagliolo:- Fra Tommaso vi ammonisco a voler smettere la simulazione di follia e di insipienza, perché è ormai giunto il momento di ravvedersi, altrimenti andrete incontro a grossi guai!

Campanella:- Diece cavalli bianchi.

Tragagliolo:- Allora Signori giudici, ho qui la lettera dell’illustrissimo e reverendissimo signor Cardinale di Santa Severina datata da Roma il 24 marzo passato, allo scopo di mettere alla prova la simulazione predetta, ordino che lo stesso fra Tommaso venga sottoposto al supplizio chiamato “la veglia”, cioè posto su un supporto di legno, sopra del quale venga legato e di poi interrogato.

Mentre si comincia a legarlo disse:

Campanella:- Legatimi bene. Vedete che mi stroppiati. Ohimè, Dio! Ohimè, Dio!

Interrogatorio sotto tortura di Campanella

Sono già diverse ore che è sottoposto alla tortura. L’inquisitore Tragagliolo lo interroga.

Tragagliolo:- Frate ci puoi dire dove sei nato…e …se sei laico o religioso?

Campanella:- Athanor…athanor…

Tragagliolo:- Ho chiesto (perentorio e irato) dove sei nato e se sei un religioso!

Campanella:- Sono de Stilo, e sono frate dell’ordine di San Domenico e da messa…lasciatimi se no lo ‘nfierno vi ingoierà a voi e a chilli comm’ ‘a vuie!

Tragagliolo:- Frate forse non vi è chiara la condizione nella quale vi trovate! Non siete voi che dovete stabilire ciò che in questo Santo uffizio si  adda fare o non fare! (perentorio) Limitatevi a rispondere! Dove siete nato e qual è il vostro stato: siete un religioso o un laico!

Camapnella:- Fici lo monastero di Santo Stefano con tre monaci, e presi l’abito alla Motta Gioiosa, dove è Lucrezia mia sorella e Giulio mio fratello.

Tragagliolo:- Non vi ho chiesto di vostra sorella…

Campanella:- Mia sorella si chiama Emilia, figlia di mio zio, e io la maritai.

Tragagliolo:- Lucrezia o Emilia…frate continui a voler confondere. Sai di star mentendo!

Campanella:- Monsignor, non vi ha fatto dispiacere! Biàsciami, che sono un santo! Sono santo! abbi pietà! ohimè, Dio, che son morto! ohimè, Dio, frate mio! Io letto mio! Marta e Madalena! ohimè, cor mio! E come mi strengano forte le mani! Oh, che son santo e non ho fatto male e son patriarca! Aiutami, che moro! Mi se’ parente e mi fai queste cose? oh, mamma mia!, oh, misericordia! oh, Cristo mio! E l’altra notte fra Dionisio mi portò lo breve de la Cruciata e non me lo volete dare mo. Ohimè, Dio! E come mi strengio forte! io mi stroppio…

Tragagliolo:- Frate Tommaso, continui a fingere, non sai che mentire è peccato e ancor più lo è se si mente alla Santa Inquisizione?

Campanella:- Ohimè, dove sono li soldati miei che mi aiutano? Venite, venite, frate mio! Fra Silvestro fu e non fui io, non fici niente io, che ho fatto la Biblia. Non, per Dio, fui io! Ohi, che moro e bruscio! Non, per Dio, fui io! Aiutatemi, frate mio, che casco!

Tragagliolo:- Sei solo! Dove credi che possano essere quei quattro poveracci che tu chiami “miei soldati”? T’hanno abbandonato, ti hanno accusato. Ora non ti resta che ammettere le tue colpe e abiurare! Per il tuo stesso bene…quello terreno e ancor più quello celeste…

Camapnella:- Ohimè, frate mio, chiamate pàtrimo! [si riferisce al padre, Gerolamo] Mi spogliaro. Non mi ammazzate! Stoiàtimi lo naso…

Tragagliolo:- Confessi allora di aver tramato contro la chiesa e di averla combattuta!

Campanella:- Per Dio, non fui io, fu fra Silvestro. Sí l’arciprete. Lassatimi stare, che vi do quindici carlini. Per Dio, che non fici niente!

Tragagliolo:- Quindici carlini! Quindici carlini! Ma questo frate crede che siamo tutti stupidi? Frate smettila di offendere nascondendoti dietro la tua finta pazzia! 

Campanella:- Ohimè! Ohimè, che mi ammazzati!

Tragagliolo:- Frate la misura della nostra pazienza è colma! Smetti questa simulazione e salverai la tua anima!

Campanella:- Non, frate! non, frate! ohimè, che son morto! Mille e seicento (venendo toccato dall’aguzzino, strilla) Non mi toccare, che sii squartato! Mo me ne vado, frate! Ohimè, che son morto!

Tragagliolo:- (Facendo cenno agli aguzzini di dare un’altra stretta alle corde) Non lascerò perdere quest’anima senza aver tentato in tutti i modi di redimerla! Frate pentiti!

Campanella:- Sonate, sonate! Son ammazzato, frate!”.

Tragagliolo:- Pentiti! Smetti di mentire! Torna in te frate Tommaso!

Camapnella:- Aprimi! (rivolto all’aguzzino) Eh, frate! eh, frate! Mo mi piscio, faciteme scennere a si no mo mi piscio! (Gli aguzzini lo sciolgono e lo fanno scendere e lo conducono fuori. Camapnella è sorretto, da solo non riesce a mantenersi in piedi. Mentre esce) Mo mi caco!

”… e venne tradotto alla latrina, per esser poi condotto al cospetto dei Signori”.

Camapanella:- Mo mi ammazzati, ohimè, ohimè!

Tragagliolo:- Frate è l’ultima volta che ti chiedo di smettere con questa simulazione! ( Si avvicina a Camapnella, lo guarda. Il frate sembra dormire, lo scuote) Non dormire!

Campanella:- Sedi, sedi alla seggia, taci, taci.

Tragagliolo:- Frate a me non la fai, tu fingi, ma io ti smaschererò.

Camapanella:-  Zitto, zitto, frate mio! Aiutami, frate! Non fati, che ti sono frate!

Tragagliolo:- Smetti dunque di fingere!!?

Camapnella:-Dàtimi da bere… (gli viene dato da bere,  poi improvvisamente grida) Aiutami, gioia mia! Cicco vono l’ammazzò…Oh, Iddio, non mi ammazzati, frate mio!

Tragagliolo:- (Fa un cenno agli aguzzini che danno una nuova stretta alle corde)

Camapanella:- Ohimè, tutto mi doglio!

Tragagliolo:- Frate basta! Pentiti e rendi piena confessione!

Campanella:- Dàtimi a bevere vino!

Tragagliolo:- Cosa?

Campanella:- Zitto, frate mio! Ohimè, non mi ammazzati! Tu mi se’ frate! Son morto! Non mi ammazzati! Chiamàti pàtrimo!

Silenzio. Camapnella sembra morto.

Tragagliolo:- Fra Tomasi Campanella, che dici? non parli?

“…non diceva cosa alcuna, ma rimase sempre sveglio, guadando qua e là, essendo state accese le candele…”

Campanella:- Moro, moro! Son morto, son morto non posso piú, non posso piú per Dio!

Tragagliolo:- Frate perché hai tanta preoccupazione per il tuo corpo e nessuna per la tua anima?

Campanella:-  L’anima è immortale….O mamma mia!…Che voliti da me?

Deposizione di un aguzzino

Il 20 del mese di luglio 1601, in Napoli, al cospetto dell’illustrissimo e reverendissimo signore don Benedetto Mandina, vescovo di Caserta, giudice delegato alla presente causa, e di me notaio ecc. è stato interrogato Giacomo Ferraro della città di Trani, in età di anni, a suo dire, quaranta all’incirca, addetto alla Gran Corte della Vicaria, il quale, dopo essere stato invitato a giurare di dire la verità e dopo che ebbe giurato con la mano ecc., in qualità di citato a deporre venne interrogato sui punti seguenti,. e in primo luogo:

Interrogato su “che parole si lasciò dire fra Tommaso Campanella dopo che fu sceso dal tormento della veglia, che li fu dato allo Castello Novo di questa città li giorni passati, e proprio del mese di giugno prossimo passato, che le voglia dire, dove le disse e chi fu presente che l’intese e possío intendere”.

Rispose: “La verità è che, essendo io intervenuto come ministro de la Gran Corte de la Vicaria a dare tormento de la veglia a fra Tomaso Campanella predetto, dove io intervenni continuamente, avendomelo posto in collo per consegnarlo allo carceriero delle carceri di detto Castello Novo, e cacciatolo cosí in collo da la camera dove ebbe lo tormento fino a la sala Reale, detto fra Tomaso Campanella mi disse da sé le formate o simili parole: – Che si pensavano che io era coglione, che voleva parlare? – e a queste parole non ci fu nessuna persona presente, che l’avesse intese. E dopo consegnai lo detto fra Tomaso Campanella al carceriere e non intesi altro”. Come sopra ha risposto su quanto sa, sul luogo e la data.

E non essendosi potuto da lui ricavare altro, l’interrogatorio venne chiuso, dopo avergli intimato l’obbligo del segreto, sotto pena di scomunica; e avendo dichiarato di non saper scrivere, firmò per conseguenza con un segno di croce.

Tragagliolo:- Frate a me sembrano volutamente strane le tue parole!

Campanella:- La stranezza o è strana o non lo è. E se non lo è non può essere stranezza. Come la pulce non è il cane che la porta, ma su di lui salta, vive, pasce. Di lui si nutre e il cane non lo sa. Così lo strano non sembra strano a chi non riesce a vederlo perché grande come un cane.

Tragagliolo:- Frate, non basta l’uso delle parole a caso per dimostrare una follia. Tu fingi per sfuggire alla giusta pena, perché sai che un folle non può essere condannato a morte perché un folle, proprio perché folle non può pentirsi di quanto ha fatto!

Camapnella:- La pulce salta, succhia, mangia…io sono una pulce per miracolo divino…per portare la parola di Dio in terra a tutti… anche ai cani, perciò salto, succhio e mangio come le pulci non come i cani…salto poco, succhio poco, mangio poco, ma mi sta bene così perché a differenza di tutti non sono proprio quello che si dice un cane!

Tragagliolo:- Frate, tu continui con il tuo falso farneticare. Vediamo se un altro tiro di corda ti convince!

Campanella:- (Il tiro di corda gli scuote il corpo) Non sento, non vedo, non odo, non mangio, non bevo, non respiro, non amo, non penso, non vivo….

Il mondo è un animal grande e perfetto,

statua di Dio, che Dio lauda e simiglia:

noi siam vermi imperfetti e vil famiglia,

ch’intra il suo ventre abbiam vita e ricetto.

Se ignoriamo il suo amor e ‘l suo intelletto,

né il verme del mio ventre s’assottiglia

a saper me, ma a farmi mal s’appiglia:

dunque bisogna andar con gran rispetto.

Siam poi alla terra, ch’è un grande animale

dentro al massimo, noi come pidocchi

al corpo nostro, e però ci fan male.

uperba gente, meco alzate gli occhi

e misurate quanto ogn’ente vale:

quinci imparate che parte a voi tocchi.

Scena della tortura di G. Bruno

Dalla base del palco fuoriesce il marchingegno che serve per la tortura. Sul palco salgono due Birri che spogliano Bruno e lo fanno stendere sulla macchina della torura. Gli legano i capi delle corde ai polsi e alle caviglie.

Tragagliolo che ha finito l’interrogatorio di Campanella attraversa la passerella e giunge sul palco dove hanno finito di legare Bruno alla macchina della tortura.

Tragagliolo:- Frate Bruno la tua continua riluttanza a dichiararti colpevole di eresia, prende le mosse solo da una discutibile divisione tra pensiero di ricerca filosofica e pensiero religioso. I tuoi scritti non menzionano tale differenza di intenzione. (Rivolto ai Birri) dunque si proceda alle stricte!

I Birri danno alcune strette di corda,ma Bruno rimane impassibile. Sul suo viso anzi c’è come un lieve sorriso.

Tragagliolo:- “Conoscemo che non è ch’un cielo, un’eterea reggione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la participazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza della gloria, et maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scuoprir l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero, et vivo vestigio de l’infinito vigore. Et abbiamo dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi: se l’abbiamo appresso, anzi di dentro più che noi medesmi siamo dentro a noi. Non meno che gli coltori de gli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso, et dentro di sé. Atteso che non più luna è cielo a noi, che noi alla luna.” Ricordi di aver scritto queste parole?

Bruno:- (non risponde ha sempre quel leggero sorriso sul volto)

Tragagliolo:- Decidi dunque di pentirti? Decidi di abiurare?

Bruno:- (non risponde ha sempre quel leggero sorriso sul volto)

Tragagliolo:- “Perché tutti quelli che poneno corpo e grandezza infinita, non poneno mezzo né estremo in quella. Perché chi dice l’inane, il vacuo, l’etere infinito, non gli attribuisce gravità, né levità, né moto, né regione superiore, né inferiore, né mezzana; e ponendo poi quelli in cotal spacio infiniti corpi, come è questa terra, quella e quell’altra terra, questo sole, quello e quell’altro sole, tutti fanno gli lor circuiti dentro questo spacio infinito per spacii finiti e determinati o pur circa gli proprii centri. Cossì noi che siamo in terra, diciamo la terra essere al mezzo, e tutti gli filosofi moderni ed antichi, sieno di qualsivoglia setta, diranno questa essere in mezzo senza pregiudicare a’ suoi principii;” …e così frate Giordano arriva a dire: “La terra, dunque, non è absolutamente in mezzo de l’universo.” Abiuri frate Giordano Bruno da Nola?

Bruno:- No!

Tragagliolo:- (rivolto ai Birri) Un altro colpo di corda! Forse così al frate verrà in mente più giusto consiglio di abiurare! (Rivolto ai membri del tribunale) Questo frate sembra non sentire il dolore!

Bruno:- Chi acquista sapienza, acquista dolore!

Tragagliolo:- Ma ancora in altro luogo degli suoi scritti Frate Giordano mostra l’eresia dei molteplici mondi! Egli scrive: “Uno è dunque il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L’universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.” (Rivolto a Bruno pieno d’ira) Frate pentiti per quanto hai scritto e detto!

Bruno:- Tal il mio spirto – ch’il divin splendore / accende e illustra -, mentre va spiegando / quel che tanto riluce nel pensiero, / manda da l’alto suo concetto fore / rima, ch’il vago sol vad’oscurando, mentre mi struggo e liquefaccio intiero…

Cieco error, tempo avaro, ria fortuna, 

Sord’invidia, vil rabbia, iniquo zelo, 

Crudo cor, empio ingegno, strano ardire 

Non bastaranno a farmi l’aria bruna, 

Non mi porrann’avanti gli occhi il velo, 

Non faran mai che il mio bel sol non mire.

Scena laterale

Una popolana e un popolano, marito e moglie, parlano tra loro.

Concetta:- Totòre ‘e sentuto ca a palazzo stanno torturando frate Bruno?

Salvatore:- Frate Bruno?

Concetta:- Sì, frate Bruno…’o nolano…

Salvatore:- Ah chillo ca sta int’ ‘e galere a cinque anni…’o monaco scummunicato?

Concetta:- Sì ‘o figlio ‘e onna Fraulissa e d’ ‘o surdato…

Salvatore:- On Giuannino…sì aggio capito, chillo guagliunciello ca teneva ‘e sette spiriti comm’ ‘e ghiatte!

Concetta:- E ma tu nun sai ca è diventato nu’ filofoso, c’arraggiona comma trenta ‘e nuie!

Salvatore:- Trenta e nuie? E che capa adda tené tanta!(fa il gesto con le due braccia)

Concetta: Totòre sì sempe ‘o solito strunz’. Chill’è omm’ ‘e scienza, sape addò venimme e addò iamme quanno (fa il gesto delle corna come scongiuro, mentre Giuseppe si gratta tra le gambe per la stessa ragione) iammo all’ato munno.

Salvatore:- Ah conosce l’ato munno!?

Concetta:- Si va bbé…allora veramente sì caruto c’ ‘a capa ‘nterra appena mammata t’ha fatto!

Salvatore:- Mammema? (Arrabbiato) Ma che ci azzecca mammema?

Concetta:- Totòre (si avvicina come per confidargli un segreto) chillo nun senta manco ‘o dulore. N’amico mio, ca fa ‘o birro int’ ‘o palazzo l’ha visto ridere quanno ‘o stevano scurticanno!

Salvatore:- Rideva? Ma fosse pazzo?

Concetta:- Ma che pazzo chillo diceno ca è nu santo!

Salvatore: Overamente? E pecché ‘o mettono sotto ‘o turmiento? Allora so veramente fetienti sti prievete!

Concetta:- Statte zitto, nun alluccà! ca si te sentono te pigliano pure a ttè!

Salvatore:- Pure a mme… e pecché c’aggio fatto!

Concetta:- Frate Bruno, pur’isso dice che i prievete so fetiente!

Salvatore:- E ‘o Papa che ddice?

Concetta:- ‘o Papa? Chill’è cchiù fetente ‘e ll’autre!

Salvatore:- Cuncé ma che stai a dicere…’o Papa fetente…

Concetta:- Bè Totòre iammuncemmo, ca s’è fatto tardi e mammeta sta a casa che ci aspetta!

I due si allontanano tra la folla.

Scena dell’incontro tra G. Bruno e T. Campanella

Sulla scena di Giordano Bruno è calato il telo che divide la scena in due trasformandola nella cella del nolano.

Giordano Bruno e Camapnella imprigionati a Roma nella stessa prigione (dove è rinchiuso anche Francesco Pucci). Campanella come per magia entra nella cella del Nolano…

G. Bruno è  steso sul suo letto. Sale sul palco Tommaso Campanella. Si avvicina al letto di Bruno e lo abbraccia. I due stanno qualche minuto in silenzio abbracciati.

Bruno:- Tommaso non capiranno mai!

Campanella:- Forse è un bene…

Bruno:- Sì…almeno su questo siamo fortunati…

Camapanella:- Giordano, creerò un esercito e li sconfiggerò…è scritto negli astri…loro non lo sanno. Si appigliano alle parole, alle frasi…non sanno vedere le storie degli uomini dove vanno…

Bruno:- Buon per noi!.. La mia macchina della memoria trasformerà il linguaggio unificando tutte le individualità del mondo e tutti i contenuti della memoria…una memoria poggiata sulle immagini celesti…un sistema unificante con cui la mente possa far ritorno dalle ombre alla luce.

Campanella:- (Si alza in piedi mentre Bruno resta seduto sul letto) Giordano son questi gli eroici furori…

Bruno:- Sì Tommaso, ma guardati dal non cadere in bestiali furori…il confine è labile quando le idee si fanno rarefatte e profonde!

Campanella:- Giordano la Storia è giunta al punto delle grandi decisioni. Da noi si dipartono due strade: una che conduce alla società delle disuguaglianze, dei privilegi di pochi, delle ingiustizie rese leggi di stato, dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo, una società basata solo sul denaro dove ciascuno per esso s’affanna e dove s’è perso ogni forma di umanità, fino a giungere all’audace morale dello sterminio autorizzato, dove il giorno scorre solo per l’accumulo delle ricchezze e lo stesso concetto di libertà si prostituisce all’uffizio che crea quella ricchezza, e tale struttura sociale chiameranno Capitalismo da cui nasceranno tristissime filosofie che ancorché procurare difesa dei più deboli, sanciranno con la loro esistenza la supremazia di quella struttura da cui esse stesse sono nate, e vedo chiamarsi queste ipocrisie nazismo, fascismo, comunismo e democrazia, l’altra, invece, che potrebbe rifondare l’uguaglianza di tutti gli uomini, in una società dove non esistono né ricchi né poveri perché il denaro non li ha resi schiavi, ma loro lo hanno asservito a se stessi, e dove nuovamente l’antichissimo valore del sole perdura informando di sé qualsiasi comportamento umano diventando esso stesso riconoscimento, ricompensa, gratificazione, onore, una società dove non può esistere chi ha moltissimo mentre, lì accanto qualcun altro vede i propri figli morire di fame, una società dove la scienza medica lavora per il bene dell’uomo, di tutti gli uomini, non solo di alcuni, i più ricchi, dove la vita, questo dono di Dio bello, grande è conservato e difeso allo stesso modo per tutti e dove non c’è posto per la religione del privilegio e del danaro.

Bruno:- Tommaso giorni tristi aspettano questo mondo: gli uomini diverranno sempre più simili alle bestie e non varrà loro il progresso che ha condotto l’antica magia ad essere scienza…sempre più diverse religioni divideranno gli uomini e li metteranno l’un contro l’altro fin quando la più terribili di queste false credenze non porterà alla più pericolosa idolatria, quella per cui si venera l’immagine della ricchezza: il dio denaro! E per questo ci sarà chi avrà tutto e chi non avrà nulla, nemmeno di che sfamare la sua famiglia e nasceranno guerre e stermini che si contrabbanderanno per guerre di religione.

Segue un silenzio durante il quale i due si guardano.

Campanella:- Stammi bene Giordano, ci rivedremo. (Mentre va via) Ci rivedremo…

Bruno:- Ci rivedremo…

Campanella esce di scena e Bruno rimane solo. Alle sue spalle viene proiettato un film di soli colori che mutano e si muovono e diventano forme geometriche e infine si trasformano in segni ermetici che scompaiono in un cielo stellato.

Condanna di Bruno al Rogo

Bellarmino:- Udite le testimonianze, visti e studiati i documenti, analizzate le opere dell’imputato, costatato che il frate Giordano Bruno Nolano, non si è né pentito, né ha abiurato, nonostante le ripetute opportunità che questo tribunale gli ha concesso, visto il parere di tutti i membri di questa Sacra Corte, si dispone che lo predetto frate sia condotto nelle carceri, le sue opere messe all’indice e proibite. Il Sacro Tribunale dell’Inquisizione condanna Girdano Bruno Nolano per Eresia alla pena della morte per rogo!

Scena del Rogo

Mentre Giordano Bruno brucia sul rogo, una voce declama iversi latini:

Complexu numquam vasto sunt apta locatis

Exiguis, neque parva nimis malora receptant.

Vanescit dispersa ampla de sede figura,

corporeque est modico fugiens esamina visus.

Sint quae hominem capiant, qui striato brachia ferro

Exagitans nihilum per latum tangat et altum.

Spazio teatrale:

Il Baco da seta:- 1. Sorge nell’ampia campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e più, e viene ad essere sette miglia di circolo; ma,  per la levatura, più abitazioni ha, che si fosse in piano.

2. E’ la città distinta in sette gironi grandissimi, nominati dalli sette pianeti, e s’entra dall’uno all’altro per quattro strade e per quattro porte, alli quattro angoli del mondo spettanti; ma sta in modo che, se fosse espugnato il primo girone, bisogna più travaglio al secondo e poi più; talché sette fiate bisogna espugnarla per vincerla. Ma io son di parere, che neanche il primo si può, tanto è grosso e terrapieno, ed ha valguardi, torrioni, artelleria e fossati di fuora.

3. Nella sommità del monte vi è un gran piano ed un gran tempio in mezzo, di stupendo artifizio. Il tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia che lo circondi; ma sta situato sopra colonne grosse e belle assai. La cupola grande ha in mezzo una cupoletta con uno spiraglio, che pende sopra l’altare, ch’è un solo e sta nel mezzo del tempio.

4. Sopra l’altare non vi è altro ch’un mappamondo assai grande, dove il cielo è dipinto, ed un altro dove è la terra. Poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notate coi nomi loro e virtù, ch’hanno sopra le cose terrene, con tre versi per una. Vi sono sempre accese sette lampade nominate dalli sette pianeti.

5. Vi è sopra la cupola una banderola per mostrare i venti, e ne signano trentasei; e sanno quando spira ogni vento che stagione porta. E qui sta anche un libro in lettere d’oro di cose importantissime.

6. E’ un Principe Sacerdote tra lor, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi in lui si terminano.

7. Ha tre Principi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Podestà, Sapienza e Amore.

8. Il Podestà ha cura delle guerre e delle paci e dell’arte militare; è supremo nella guerra, ma non sopra Sole; ha cura dell’offiziali, guerrieri, soldati, munizioni, fortificazioni ed espugnazioni.

9. La Sapienza ha cura di tutte le scienze e delli dottori e dei magistrati dell’arti liberali e meccaniche, e tiene sotto di sé tanti offiziali quante son le scienze: ci è l’Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Rettorico, il Grammatico, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale;

10. e tiene un libro solo, dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo ad usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere in tutte le muraglie, su li rivellini, dentro e di fuori, tutte le scienze.

11. Il Amore ha cura della generazione, con unir li maschi e le femmine in modo che faccin buona razza; e si riden di noi che attendemo alla razza de cani e cavalli, e trascuramo la nostra. Tien cura dell’educazione, delle medicine, spezierie, del seminare e raccogliere li frutti, delle biade, delle mense e d’ogni altra cosa pertinente al vitto e vestito e coito, ed ha molti maestri e maestre dedicate a queste arti.

12. Grandissima amicizia è in quel popolo di quella città: perché è bello vedere, che tra lor non ponno donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del commune, e molto guardano gli offiziali, che nullo abbia più che merita.

13. Però quanto è bisogno tutti l’hanno. E tutti li giovani s’appellan frati e quei che son quindici anni più di loro, padri, e quindici meno figli.

14. E poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti, che nullo possa all’atro far torto nella fratellanza.

15. Però la communità tutti li fa ricchi e poveri, perché non s’attaccano a servire alle cose, ma ogni cosa serve a loro. E molto laudano in questo le religioni della cristianità e la vita dell’Apostoli.

Scene laterali

Il frate storpio:-  Lo frate Tommaso ha ditto che Giesu Christo era un huomo da bene…e non è niente di quel che si dice Dio, e che non ci era altro Dio che la Natura!…che l’anime non andavano all’inferno, né al purgatorio, né al paradiso!

Il gobbo:- Voleva far bruciare tutti i libri latini, perché era imbrogliare la gente che non intendevano le cose, e che voleva fare esso libri volgare solamente!

Il frate storpio:- Voleva fare una repubblica dove non vi fosse povertà perché essa fa gli uomini vili, astuti, ladri, insidiosi, fuorusciti, bugiardi, testimoni falsi; e non vi fosse ricchezza perché questa li fan insolenti, superbi, ignoranti, traditori, disamorati, presumitori di quel che non sanno.

Il gobbo:- Questo anno 1600 si è scoverto, et si sa, che hanno da essere gran guerre, e rumori, e, credetemi, che questo che io vi raggionerò sia ispirazione d’Iddio, perché il Padre fra Tomase Campanella sapientissimo homo in tutte le scientie l’have antevisto per astrologia, et altre virtù che possiede!

Il frate storpio:- Lo fra Tomase Campanella per cognitione dell’influssi trovava, che in questo anno 1600, dovevano essere gran revolutioni…et mutatione di stati et la nova legge et la ridutione di ogni homo a libertà naturale!

Il gobbo:- Egli volea che non esistesse proprietà privata, per questo dicea che essa proprietà nasceva da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio; ché per sublimar a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ipocrita, si è impotente. Ma quando si perde l’amor proprio rimane solo l’amor comune.

Scena 6

Mentre arde il rogo di Giordano Bruno una moltitudine di lazzari investe il pubblico gridando. Siamo nel 1585. Il popolo è in rivolta.

Il viceré di Napoli, Pedro Téllez Giròn, duca de Ossuna, ha avuto la richiesta, da parte del re di Spagna, di inviare 400.000 tomola di grano. Non volendo avere la responsabilità di decidere sul da farsi chiede agli eletti dei nobili e a quello del popolo: Starace, di riunursi per decidere sulla questione. Alla riunione degli eletti non partecipa l’eletto del popolo perché ammalato, e all’unanimità viene deciso l’invio dei 400.000 tomola di grano in Spagna e prevedendo la mancanza susseguente di pane nella città, gli stessi eletti deliberano di aumentarne il prezzo per far sì che tutti i produttori di pane del regno, per convenienza, si concentrassero a Napoli per la vendita. Tale risoluzione scatena le prime rappresaglie e l’idea di una rivolta serpeggia in Città. Per risolvere il problema,  i lazzari, sobillati anche dal capitano del popolo Leonardo Pisano, chiedono un incontro con Starace. Il luogo del Convegno è la Chiesa di S. Maria la Nova, scelto per la sua vicinanza al palazzo del Viceré. Ma l’incontro si trasforma ben presto in un eccidio. Starace viene fatto letteralmente a pezzi e i brandelli delle sue carni vengono trascinati per la città e poi mostrati al Viceré sotto il suo palazzo. Don Pedro, a tale vista, ha un moto di sdegno, ma si frena dal dare l’ordine ai suoi soldati di attaccare la moltitudine che inveisce nella piazza sottostante, anche perché reputa pericoloso in quel momento ogni rappresaglia. Con un freddo piano di vendetta, prima riporta la calma tra i lazzari facendo concentrare in Città abbastanza pane da sfamare il popolo e senza nessun aumento di prezzo, poi, quando sembra ritornata la calma tra la popolazione, manda ad arrestare i trenta facinorosi lazzari che hanno rappresentato la punta avanzata della rivolta e li fa giustiziare per il delitto Starace. Non contento di questo gesto, fa abbattere la casa del Capitano del Popolo Leonardo Pisano, che nel frattempo era riuscito a mettersi in salvo con la fuga, e al suo posto fa costruire un Monumento infame detto Epitaffio, munito di piccole nicchie nelle quali fa collocare testa e mani dei giustiziati.

Nelle scritture della Compagnia dei Bianchi della Giustizia risultano i seguenti giustiziati:

  1. Francesco De Franco, da Napoli, di anni 75, fu condannato ad essere tenagliato sopra il carro, con altri tre, fino a S. Agostino. Poi trascinato ed impiccato al Mercato. Lasciò la moglie Laudomia Buonocore e quattro figlie: Vittoria, Porzia, Andriana e Angiolella.
  2. Orazio Palermo, da Napoli, fu condannato ad essere trascinato ed impiccato al Mercato. Lasciò la madre Marzia e due sorelle zitelle: Porzia e Caterina.
  3. Andrea Faraci, da Napoli, fu condannato ad essere trascinato ed impiccato al Mercato. Lasciò la moglie Isabella Cacace, di Massa, di anni 20.
  4. Tommaso Aniello Giovene fu condannato ad essere trascinato ed impiccato al Mercato. Lasciò la moglie Candia Iuncata.
  5. Giorgio Olivieri, oriundo delle Fiandre, fu condannato ad essere trascinato ed impiccato al Mercato.
  6. Giulio Conte, da Napoli, fu condannato ad essere tenagliato sopra il carro fino a S. Agostino, dove gli venne tagliata la mano destra. Poi venne trasportato alla Vicaria, dove gli venne tagliata la mano sinistra. Trascinato, infine al Mercato, ivi fu impiccato. Lasciò la moglie Grazia Socca, da Napoli, e una sorella uterina: Berardina D’Allegra.
  7. Iacovo Aniello Cartella, da Napoli, fu condannato ad essere tenagliato sopra il carro fino a S. Agostino, dove gli venne tagliata la mano destra, poi alla Vicaria, dove gli venne tagliata la sinistra. Trascinato infine al Mercato, orribilmente sanguinante, ivi venne impiccato. Lasciò la moglie Gradelia Canestra, da Napoli, ed una figliola nata appena da due giorni.
  8. Giuseppe Bonfiglio, da Napoli, contrada S. Giuliano, fu condannato ad essere tenagliato sopra il carro fino a S. Agostino, dove gli venne amputata la mano destra, poi alla Vicaria, dove gli venne tagliata la mano sinistra. Fu impiccato al Mercato.

Questi primi ottogiustiziati furono squartati et li quarti furono posti per tutte le porte della Città.

  1. Cesare Furino, da Serino, fu condannato ad essere tenagliato sopra il carro sino a S. Agostino, dove gli venne tagliata la mano destra, poi alla Vicaria dove gli venne tagliata la mano sinistra, Così, mutilato e sanguinante, venne trascinato al Mercato ed ivi prima impiccato e poi squartato. Lasciò la moglie Isabella Vitiello, di anni 26,  e tre figlie: Vittoria, Lelia e Lucrezia, la prima di anni 7.
  2. Giovanni Antonio Cappuccio, da Scala, fu condannato come primo.
  3. Giovan Battista Fioravante, da Scala, fu condannato come sopra.
  4. Persiano De Persico, da Napoli. Fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Prudenzia De Mare, da Napoli, di anni 50, la madre Ippolita Coscia e una sorella, Tommasina Persico, di anni 25.
  5. Angelo Barbarito, da Castiglione, vicino Giffoni, fu condannato ad essere trascinato ed impiccato al Mercato e poi squartato. Lasciò la madre, Antonella Parrela, da Crispano.
  6. Bartolomeo Quintavalle, da Napoli, fu condannato ad essere tenagliato, impiccato e squartato. Lasciò la moglie Beatrice Palomba, di anni 18, ed una figlia di appena sette mesi, chiamata Maddalena.
  7. Gian Francesco Pinto, da Napoli, fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Angelica dello Massaro, da Napoli, di anni 25.
  8. Filippo Greco, da Napoli, alguzino, fu condannato ad essere tenagliato ed impiccato al Mercato. Lasciò la moglie Lucrezia Cavaselice, da Salerno, due figlie: Beatrice d’anni sei e Vittoria d’anni cinque, e una sorella di nome Giovannella Greco, d’anni 13.
  9. Giulio Cesare Venieri, da Napoli, fonditore di metalli ai Ferri vecchi, fu condannato ad essere impiccato al Mercato. Lasciò la moglie Feliciana d’Antonio, da Napoli, d’anni 18, e una figliola di quattro mesi.
  10. Matteo Barrile, della Costa d’Amalfi, precisamente della città di Ravello, fu condannato come sopra. Lasciò la madre Mercea Mellone, d’anni 60.
  11. Col’Antonio da Napoli fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Geronima Lanzotto, d’anni 28.
  12. Marc’Antonio d’Avola, da Napoli, fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Geronima Gallo.
  13. Vincenzo Stinca, cositore alla Giudecca di Napoli, fu condannato ad essere impiccato al Mercato. Lasciò la madre Carmosina Spagnolo.
  14. Giovan Donato d’Angelo, da Airola, fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Laudomia de Allegretto, da Napoli, di anni 30, e la madre Margherita delli Boni.
  15. Luca Talicuso, da Napoli, impiccato e squartato al Mercato. Lasciò la madre Faustina della Manna, la moglie Lucrezia de Laurenzo, di anni 25, e una figliuola di due mesi, Grazia Talicuso. Fece testamento per mano del notaio Giovan Cola lo Porto.
  16. Onofrio Aucello, da Napoli, fu condannato come sopra. Lasciò una sorella chiamata Beatrice Aucello di anni 13 circa.
  17. Vergilio Scognamiglio, da barra, fu condannato ad essere tenagliato, impiccato e squartato. Lasciò lamoglie Antonia Paparo, una sorella nubile e la madre Lucente.
  18. Scipione Pizza, da capaccio, ma abitante a Napoli alla strada dei Vergini, scrivano della Zecca. Fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Lucrezia Rubino, da Napoli, di anni 20, una figlia di nome Isabella e la madre, in Capaccio, di nome Tisba Zappullo.
  19. Giovan Jacopo Buono, da Pimonte, sopra Castellammare di Stabia, tintore di seta a santa Caterina a Portanova. Lasciò la moglie Angelica Serafini e una figlia di nome Adriana di appena tre mesi.
  20. Giovanni Comaiuolo, mercante di drappi ai ferri Vecchi, lasciò la madre Porzia di Lauro e una sorella di nome Costanza.
  21. Giovan Tommaso Buono Homo, da Napoli, Maestro de far calzette de seta a S. Maria la Nova, fu condannato ad essere tenagliato ed impiccato al Mercato. Lasciò la moglie Maddalena del Buono, da Napoli, di anni 23.
  22. Giovan Battista Lauretto, da Napoli, scrivano un tempo presso l’arcivescovado. Fu condannato ad essere trascinato ed impiccato al Mercato. Prima di salire la scal del patibolo, confesso di essere stato costretto a rivelare molti nomi di altri rei nel delitto Storace, perché sottoposto a tortura nella Camera Cordae.
  23. Annibale de Lione, da Napoli, Maestro de far ochielli de bottoni a Seggio de Porto. Fu condannato come sopra. Lasciò la moglie Diana de Marino, da Napoli, con 4 figli maschi, tre sorelle, di cui una nubile, e la madre Giulia de Palma, Fece testamento per mano del notaio Giovan Carlo Lo Porto.

I lazzari accorrono nella Piazza di S. Maria la Nova per cercare di sapere dall’eletto del popolo Starace le soluzioni al problema della mancanza di pane a Napoli