“Ultimi 40 anni della scultura a Napoli”
a cura di Gino grassi
Nell’ambito della Mostra “Gli ultimi 40 anni della scultura a Napoli” Palazzo Reale di Napoli 1989
Lello Masucci, come ho già detto, è un artista di complessa personalità che si addentra, attraverso un discorso denso di significative metafore e rafforzato da frequenti influssi concettuali, nel corpo delle interrelazioni con i fenomeni elementari, per riscoprire, attraverso l’azzeramento del colore e del concetto stesso di opera, comportamenti minimalistici. La sua più recente ricerca, intitolata “Il minimo per sollevarsi da terra” (in più di un caso il “minimo” è la scala) pone il problema dell’alzarsi da terra con il minimo indispensabile, tenendo a disposizione quasi lo zero e riuscendo lo stesso a sollevarsi.

Nella Mostra di Palazzo Reale Masucci presenta proprio un’opera di questo ciclo, che è costituita da un dipinto in cui è raffigurato un cielo attraversato da nuvole, un grande cielo cupo, e, in contrapposizione una scala di nylon che pende dall’alto e che è stata posta dall’artista di fronte al dipinto, anche se con lieve sfalsamento verso sinistra. La scala, quasi inesistente com’è, diventa, per la propria leggerezza, un simbolo del “minimo”. Per giunta il passaggio dei visitatori finisce per creare un movimento dell’oggetto, agitato da un lieve spostamento d’aria; un movimento quasi impercettibile ma in chiara contrapposizione della stasi offerta dal dipinto che è immobile sulla parete.

L’idea del movimento non è nuovo nell’opera di Masucci che ricorre spesso a soluzioni quasi cinetiche o optical ma inserite in un contesto figurativo.

Artista che ha ottenuto, in questi ultimi anni, vasti riconoscimenti dalla critica italiana, Masucci era partito da una forma assai personale di Surrealismo, ben poco napoletano, pur rappresentando il pittore-scultore umori tutti nostri. La sua ricerca aveva colpito non poco Filiberto Menna. Anche Tommaso Trini, in uno scritto pubblicato recentemente a Milano per recensire una Mostra del pittore napoletano, aveva trovato assai interessante la ricerca di Masucci, definendola “un’appassionante pittura delle scaturigini, dove tutto è moto e metamorfosi”. “Masucci, dice Trini, sa orchestrare i più diversi registri del linguaggio con un’alta temperatura, sia emozionale, sia mentale.
Gino Grassi