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  • Palazzo Reale: “Ultimi 40 anni della scultura a Napoli” 1989

    Testo di Gino Grassi

    “Colosseo grigio”, 1987, cm. 160 x cm 200, Tecnica mista e collage stoffa e ferro su tela


    Lello Masucci, come ho già detto, è un artista di complessa personalità che si addentra, attraverso un discorso denso di significative metafore e rafforzato da frequenti influssi concettuali, nel corpo delle interrelazioni con i fenomeni elementari, per riscoprire, attraverso l’azzeramento del colore e del concetto stesso di opera, comportamenti minimalistici. La sua più recente ricerca, intitolata “Il minimo per sollevarsi da terra” (in più di un caso il “minimo” è la scala) pone il problema dell’alzarsi da terra con il minimo indispensabile, tenendo a disposizione quasi lo zero e riuscendo lo stesso a sollevarsi.

    “Minimo per sollevarsi da terra” istallazione, 1988, cm 350 x cm 50 x cm 300, Legno dipinto.

    Nella Mostra di Palazzo Reale Masucci presenta proprio un’opera di questo ciclo, che è costituita da un dipinto in cui è raffigurato un cielo attraversato da nuvole, un grande cielo cupo, e, in contrapposizione una scala di nylon che pende dall’alto e che è stata posta dall’artista di fronte al dipinto, anche se con lieve sfalsamento verso sinistra. La scala, quasi inesistente com’è, diventa, per la propria leggerezza, un simbolo del “minimo”. Per giunta il passaggio dei visitatori finisce per creare un movimento dell’oggetto, agitato da un lieve spostamento d’aria; un movimento quasi impercettibile ma in chiara contrapposizione della stasi offerta dal dipinto che è immobile sulla parete.

    Minimo su carta
    “Il Minimo per sollevarsi da terra”, 1988, cm 50 x cm 70, Tecnica mista su cara collage legno, ardesia e olio su carta.

    L’idea del movimento non è nuovo nell’opera di Masucci che ricorre spesso a soluzioni quasi cinetiche o optical ma inserite in un contesto figurativo.

    Mostra Minimo per sollevarsi da terra
    Palazzo Reale, 1988, Mostra “Gli ultimi 40 anni della scultura a Napoli”.-Il Minimo per sollevarsi da terra”.

    Artista che ha ottenuto, in questi ultimi anni, vasti riconoscimenti dalla critica italiana, Masucci era partito da una forma assai personale di Surrealismo, ben poco napoletano, pur rappresentando il pittore-scultore umori tutti nostri. La sua ricerca aveva colpito non poco Filiberto Menna. Anche Tommaso Trini, in uno scritto pubblicato recentemente a Milano per recensire una Mostra del pittore napoletano, aveva trovato assai interessante la ricerca di Masucci, definendola “un’appassionante pittura delle scaturigini, dove tutto è moto e metamorfosi”. “Masucci, dice Trini, sa orchestrare i più diversi registri del linguaggio con un’alta temperatura, sia emozionale, sia mentale.

    Gino Grassi

  • Lello Masucci visto da…

    Michele Buonomo

    Il Mattino del sabato 15 marzo 1985

    Vesuvio bianco 1985 Olio su tela, 140 × 110 cm, XXX Premio Termoli 1985 – Museo MACTE

    Lello Masucci, Opere recenti. Villa Patrizi, via Manzoni 41. Fino al 25 marzo.

    Se i «luoghi» per eccellenza della pittura napoletana sono il mare, il cielo e il Vesuvio con la sua immagine volta a volta minacciosa o sorniona, nella pittura di Lello Masucci ritornano nella loro essenza emblematica più forte ed evocativa.

    La riproposta del topos non ha niente a che vedere però con una facile citazione o peggio ancora con una sorta di rimando agli accenti del «paesaggismo posillipino», vanto e condanna di tanta pittura napoletana, «per Lello Masucci – scrive Filiberto Menna – Napoli… riemerge, con le intermittenze della memoria involontaria, con le immagini ricorrenti, vere e proprie metafore ossessive, del Vesuvio, appunto, e del mare. Il mare di Brueghel? E il Vesuvio? Così come ritorna nell’immaginario di Masucci il vulcano sembra ripreso dalle vedute che rappresentano la montagna in piena eruzione con la grande massa di fuoco e di fumo che si innalza minacciosa nel cielo come una perturbante figura onirica».

    Questa sua dimensione visionaria tocca momenti di forte suggestione espressiva attraverso un sapiente e quasi alchemico uso della materia pittorica trattata con forza, con densa e secca velocità, senza mai perdere un caratteriale forte accento lirico.

    Masucci nei suoi grandi (spazi pittorici ritrova una sorta di gusto per la lotta, per il corpo a corpo con la natura dell’arte in romantica solitudine. La stessa che, probabilmente, attanagliava Turner quando dipingeva i suoi deliri cromatici o quelli ancora di Caspar Friedrich quando si «perdeva» nelle brumose vedute del Nord.

    In questo senso, per questa sua empatia, la pittura di Masucci è ancora tutta nel solco della Storia e a questa storia può offrire un contributo certamente non marginale.

    cm. 160 x cm 200

    Avvicinandoti al centro dell’articolo, questo paragrafo offre l’opportunità di collegare idee precedenti con nuove intuizioni. Usa questo spazio per presentare prospettive alternative o rispondere a possibili domande che i lettori potrebbero avere. Trova un equilibrio tra profondità e leggibilità, assicurandoti che le informazioni rimangano facilmente comprensibili. Questa sezione può anche servire come transizione verso i punti conclusivi, mantenendo il momentum mentre guidi la discussione verso le sue fasi finali.

    Conclusione con approfondimenti chiave

    In questo paragrafo conclusivo, riassumi i punti chiave trattati nell’articolo, rafforzando le idee più importanti. Incoraggia i lettori a riflettere sugli approfondimenti condivisi o offri consigli pratici che possano applicare nella loro vita. Questa è la tua occasione per lasciare un’impressione duratura, quindi assicurati che i tuoi pensieri finali siano incisivi e memorabili. Una conclusione forte non solo lega l’articolo insieme, ma ispira anche i lettori a coinvolgersi ulteriormente.

  • 2009 Personale al PAN

    Dal Catalogo ELRCTA Testo critico di Mario Franco

    Nell’ossimoro del permanente effimero si muove la nuova industria culturale attraverso l’uso espanso del computer, che unisce l’informazione ed il divertimento, la storia ed il contemporaneo, una immensa informazione e l’intorpidirsi di ogni coscienza storica, l’immagine come probante reperto e le sue possibili manipolazioni come negazione documentaria. Se sembra essersi realizzata l’utopia di unire arte e vita, è anche vero che la funzione poetica o estetica si è spostata dagli ambiti tradizionalmente considerati artistici per essere ovunque (dobbiamo a Roman Jakobson la fortunata teoria delle funzioni del linguaggio verbale che già nel 1963 analizzava la “funzione poetica” di uno slogan propagandistico come / like /ke).

    Da considerazioni di questo tipo nasce la necessità di interrogarsi sulla potenzialità informatica come dispositivo, tra l’eterogeneità dei codici e la pluralità dei livelli di significazione. L’Età Paleocybernetica (la definizione è di Gene Youngblood) nella quale viviamo, ha cambiato concetti fondamentali come l’intelligenza, la morale, la creatività e la famiglia. Ed ovviamente l’arte: «La rete intermedia ha reso tutti noi artisti per delega. Un decennio di televisione è pari ad un corso di arte drammatica … il fascino dell’attore è finito – si potrebbe far meglio noi stessi»1.

    L’artista deve diventare uno scienziato synaesthetic. Agire come un Superego e rendere obsoleto il tradizionale concetto d’arte. L’arte «synaesthetic» è la sintesi degli opposti percepiti simultaneamente. I vari processi che intervengono nell’arte di sintesi attraversano i confini riconosciuti dei media e fondono i confini dell’arte con le espansioni possibili e le qualità visuali dei media, intesi come estensione e potenziamento dei sensi. L’arte sinestetica comprende le performances dal vivo, le animazioni sperimentali, la computer art, il video, i film olografici, le polivisioni e i labirinti di proiezioni, gli schermi giganti e le esperienze immersive, le multivisioni ipertecnologiche, le ambientazioni visivo-sonore avvolgenti.

    Lello Masucci si muove in questo ambito. La sua scrittura poetica, ad esempio «Keywords», utilizza il «cut-up» che dai surrealisti a Burroughs ha connotato la forma della nuova poesia, ma servendosi dei meta-tag HTML per i motori di ricerca nel web. Il risultato è un testo che riflette sull’alterazione del registro emozionale, in una società nella quale un logos sempre più unilaterale e omogeneo ha ucciso mito, racconto, metafora, progettando condizioni ed eventi superficiali, estranei all’universo simbolico degli uomini. Il richiamo alla poesia del passato (una stravinskyana nostalgia dell’armonia perduta) si realizza in un libro-oggetto in copia unica, rilegato in pergamena come un volume del ‘700. Entro questo involucro, «Keywords» è un poema che l’autore definisce «di poesia numerica». Ovvero di decostruzione delle tecniche creative in un «metamedium» che unisce il computer alle arti precedenti, non solo con finalità di rinnovamento e di costruzione di linguaggi, ma anche con finalità sociali, arrivando così a proporre una dimensione comunicativa e relazionale delle tecnologie elettroniche, una loro funzione interattiva interpersonale e sociale.

    Allo stesso modo il videofilm «Final Cut – Ultimo Taglio» si sottrae a qualsiasi sintassi cinematografica ed a qualsiasi idea di fotogenia, per utilizzare un montaggio che altera il ritmo delle immagini in rapporto allo spazio e al tempo, poiché l’immagine digitale mette in discussione il concetto stesso di cinema, che non si presenta più come prodotto finito, ma come un segmento del tempo di un segnale continuo. Ciò rende possibile una visione basata sulla trasformazione e non sulla transizione. Si tratta di esperienze che, indipendentemente da criteri estetici che sono sempre meno definibili, riflettono sul sistema dell’arte, e sul suo continuo complessificarsi, per fornire gli strumenti di osservazione di un cambiamento epistemologico senza il quale non saremmo in grado di comprendere né la condizione dell’arte contemporanea né il più generale rapporto cognitivo ed esperienziale dell’uomo con il mondo.

    La metafora del «diventare un angelo», che nel film impegna il personaggio-vita, è quella che segna il percorso dai processi di rappresentazione mimetica alle piattaforme performative che, rimettendo in gioco l’idea stessa di realtà, si caratterizza per le dinamiche evolutive dello sguardo in vista di quella combinazione di forme che caratterizza la comunicazione nel suo insieme. Il film è nato negli spazi del Pan attraverso trenta laboratori ai quali hanno partecipato attori, studenti, collaboratori.

    Le citazioni innumerevoli di cui si compone la sceneggiatura (a partire dal titolo che richiama il famoso software per il montaggio della Apple), sottolineano la perdita irreversibile della fonte, sono depistaggi deliberati, puro materiale testuale. Le parole sono una componente che sottolinea la dissomiglianza dell’uguale. La Letteratura e gli Autori sono il non-luogo lacerato della biblioteca di Babele. È qui che il permanente effimero dell’industria culturale collabora alla messa a punto di un immaginario performativo, che veicola livelli di artisticità spiegabili soltanto attraverso il coinvolgimento soggettivo nella realtà osservata.

    Dal passaggio delle immagini tradizionalmente percepite con lo sguardo (dove il concetto di continuo e connesso era ancora legato al medium della scrittura), siamo giunti all’esperienza delle immagini che richiedono un coinvolgimento polisensoriale e interattivo sostenuto dalle logiche della comunicazione digitale. Su questi presupposti non si tratta più di analizzare criticamente un’opera – concetto reso obsoleto proprio dai cambiamenti di semantica dell’arte contemporanea – quanto di individuare le possibilità di rendere visibile ed esperibile il virtuale.

    La volontà di integrare l’esperienza artistica al suo fruitore, e produrre perciò un’esperienza totalizzante, è particolarmente evidente in «Poema notturno rosso», ultimo lavoro del Masucci, che per realizzarsi ha bisogno di un software informatico che permette ad un «lettore» del sito web appositamente costituito di diventare un co-autore.

    Masucci definisce la propria multiforme produzione artistica in vario modo, ma sempre in rapporto alla poesia (etimologicamente, «poiêin») al «fare»: scultopoesia, videopoesia, poesiavisiva, in un rapporto evolutivo fra arte e media, per rappresentare sfondi coinvolgenti anche a livello emotivo nel complesso scenario della società dello spettacolo e della cultura del loisir, ma anche per realizzare la concezione wagneriana dell’opera d’arte totale che può essere considerato uno dei temi cruciali dell’auto-osservazione artistica del Novecento, e che resta l’obiettivo perseguito dai new media e dalle tendenze espressive che si sviluppano in omologia con la comunicazione. Le Avanguardie Storiche, com’è noto, e poi il Fluxus, hanno perseguito l’idea di una commistione di forme, strumenti, linguaggi per potenziare la relazione con l’audience: la multimedialità come strategia di sradicamento delle barriere (fra generi, attori e spettatori, cerimonie e partecipanti, e così via).

    Infine il fare (la poesia) digitale, il computer, nel suo qualificarsi come medium catalizzante e formidabile dell’immaginario collettivo, nuovo contesto percettivo e cognitivo, è stato usato per proporre esperienze diversificate, in grado di rispondere alle richieste di un settore in continua evoluzione, in un’ottica di frammentazione del tempo disponibile. La simbiosi tra arte e tecnologia passa anche attraverso la capacità visionaria dei new media, attraverso un coinvolgimento sensoriale sempre più spinto. Vogliamo un’immagine immersiva, stereoscopica, un estensione della visione ottenuta abolendo ogni forma di cornice dal campo di visione (si pensi alle realizzazioni Omnimax, IMAX). La possibilità di vedere l’invisibile (e quindi, secondo la metafora di Masucci, «diventare un angelo») significa percepire grandezze che non potrebbero essere colte solo con lo sguardo. In quest’ottica la svolta generata dal computer (macchina come mind-machine) e dalla cibernetica come scienza delle connessioni fra macchine ed esseri umani, coinvolge l’arte in molteplici e inevitabili direzioni.

    Siamo diventati animali digitali quasi senza farci caso. Abbiamo in casa un televisore Full-Hd, nelle nostre stazioni ferroviarie le informazioni ci vengono date da un Avatar. Quando scriviamo, cerchiamo nomi e notizie su Google. Il nostro modo di parlare e di pensare si è modificato, adottando nuove terminologie che definiscono nuovi ambiti concettuali.

    Se individuiamo una possibile chiave di lettura nei nostri comportamentiattraverso l’uso di neologismi, dovremo porre la “langue” al centro dell’interpretazione del pensiero: il linguaggio ha plasmato il tempo, lo spazio e il numero… Ma oggi, le dinamiche comunicative dei media lasciano trasparire le potenzialità dell’immagine dialettica, mostrano l’essenzialità come luogo del surreale, giungono a conclusioni antitetiche rispetto al senso e al valore del logos.

    Se da un lato le arti visuali ricercano l’estensione delle immagini, dall’altro il superamento dei confini dello schermo ci accompagna verso una specie di «osmotica interpenetrazione» fra l’osservatore e l’immagine al computer, che ha costruito un terreno fertile per l’immaginario tecno-sociale fino aInternet. L’evoluzione del rapporto fra arte e media va collocata nel lavoro dapprima solitario degli artisti, per giungere all’attuale network globale. E non potrebbe essere diversamente, visto che l’evoluzione del sociale, attraverso la comunicazione, dissolve concetti che apparivano consolidati e immutabili.

    L’arte, come luogo privilegiato di osservazione, rende visibili questi passaggi attraverso la messa in crisi dell’autorialità, a favore dell’autore collettivo: dall’idea hegeliana dell’operacome un tutto chiuso e autonomo – espressione sociale e ideologica culminata nella tesaurizzazione museale degli artefatti – all’idea di processo, come iter di creazione mai concluso, work in progress, evento non lineare, opera aperta, basata sul dissolvimento dei limiti spaziali e temporali fissi, sulla dislocazione della centralità dell’autore e che richiede la collaborazione di soggetti disposti a partecipare. Sempre più l’Opera si caratterizza come localizzata in un framework di relazioni comunicative e l’Arte come relazione fra esseri umani e immagini.

    Certo, non tutto nell’arte contemporanea e essenzialmente virtuale, poiché, nel suo approccio al mondo, essa si costituisce come produzione ed elaborazione di sentimenti e di passioni, ma nella riscrittura del senso, l’arte è in un costante flusso metamorfico, in un paradiso artificiale che non ha nulla da invidiare al mondo della virtualità. Il corpo stesso, divenuto «tecnologico», scopre nuove dimensioni, si muove all’interno di un habitat del tutto tecnologizzato, si trasforma ed interagisce con mezzi che gli consentono un diverso rapporto con le cose e con la percezione in generale. Con una duplice conseguenza: la prima focalizza questo rapporto come perdita e mancanza del punto di riferimento tradizionale della percezione, come alienazione dell’ambito naturale e del mondo fisico; la seconda, intende la nuova condizione come apertura di orizzonti del tutto nuovi e sconosciuti.

    L’artista aspetta al varco i sistemi mediatici nel loro punto di inerzia, là dove si arrestano, dove al di là non c’è più niente, e nessuna rappresentazione è più possibile. E quello che Jean Baudrillard definisce come «la potenza del significante insignificante, la potenza del significante insensato […. la seduzione pura del significante nullo, del termine vuoto, la forza della magia rituale e dell’incantesimo, il fascino del vuoto, come nella vertigine fisica del baratro o nella vertigine metaforica di una porta che si apre sul vuoto.»2. Per l’artista l’ebbrezza prodotta dall’immersione nella rete intercomunicante e multimediale è luogo di confine tra lo stato di coscienza e lo stato onirico. Il computer è vissuto nella sua qualità di medium che si apre sul mondo, che elabora e riflette la vita moderna, scissa e sclerotizzata.

    L’immagine computerizzata, essendo il prodotto di un insieme di scelte e di tecniche combinate, mostra, più di qualsiasi altra forma tradizionale di espressione visiva, il carattere essenziale della modernità: il suo essere una realtà incrinata, rotta al proprio interno e visibile solo come insieme.

    1 Vedi Expanded Cinema by Gene Youngblood, A Dutton Paperback, New York 1970. Prossimo editore italiano, (nel Maggio 2009) CLUEB nella Collana: Mediaversi. L’Era Paleocibernetica è una definizione che combina due nuclei semantici carichi di significato: «il potenziale primitivo associato al Paleolitico e le integrità trascendentali dell’”idealismo utopistico pratíco” associato alla Cibernetica. Cosi io lachiamo Era Paleocibernetica: un’immagine di fisico atomico irsuto, ricoperto di pelle di daino, scalzo, ma con un cervello pieno di mescalina e di logaritmi, intento a elaborare l’euristica di un ologramma generato da un computer […] E l’alba dell’uomo: per la prima volta nella storia saremo presto abbastanza liberi per scoprire chi siamo veramente».

    2 Jean Baudrillard, Della seduzione, SE Milano 1997.

    Mario Franco

  • Un’idea di Arcangelo Izzo sulla pittuta di Lello Masucci

    “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”. (Hofmannsthal)

    La superficie del quadro è la pelle di Marsia, che nasconde la profondità di una sfida (la pittura) al dio Apollo (l’arte). Il ritrovamento di uno strumento (techne), abbandonato dalla dea delle arti e delle scienze, spinge il satiro frigio alla contesa, nel corso della quale la mutilazione dell'(h)eroe non elimina la tensione e l’ardore di una passione: la pelle di Marsia, sospesa all’albero, come il quadro alla parete, continua a vibrare ad ogni passaggio di Apollo, ad ogni nota, ad ogni confronto di qualità.

    Il “fuoco” dell’iniziato non si spegne mai del tutto, anzi riattiva il potere di ri-sentire, ri-costruire, ri-trovare, dal momento che la tortura e il sacrificio alludono simbolicamente al mutamento di costume, al cambiamento dello stile di vestire e di abbigliarsi. La metafora insita nel mito, rimanda inoltre al desiderio e alla gioia di uscire “extra se”, di liberarsi dalla prigionia dei suoi limiti naturali, della guaina di uno schema, di una sigla, di una tecnica paralizzante.

    Tutta giocata all’interno di questo discorso, si muove la pittura di Lello Masucci che, tela per tela, stende sulla superficie del quadro la materia e i colori con la felicità della mano che corre, con la gioia dell’occhio che cerca e trova, con l’”intelligenza” di una tecnica sapienziale che cattura e fissa il “fenomeno” , ma anche con la sensazione che il significato di essa si dà solo nello specchio, nella parvenza, che schiude l’unico accesso all’arte in quanto ne dà la parte velata, ne copre il valore con una facciata, con uno stile e una mobilità trasudante e vibrante.

    La “pelle”, la textura e la stesura della sua pittura svelano che la vera natura della materia non comincia da nessuna parte e che l’unico atteggiamento possibile del pittore di fronte alla realtà non è più di dominio, ma di “meraviglia”.

    Il “thaumazein” (meravigliarsi e meravigliare) si manifesta e diventa il “proton kai meghiston” (la cosa prima e la più grande), la radice del mito, senza il cui sfondo non si ha né presente, né futuro.

    La superficie dipinta diventa, allora, lo spazio del chissà “dove”, in cui non si può riconoscere un senso che a prezzo di un’operazione violenta, ma anche il luogo di una magia che trasforma la “tela” in “telum”, che attraversa e impollina l’area di araturae semina dei colori, e che con l’avidità dello sguardo mira al “fondo” con la stessa intensità, con la quale il dardo (telum) tende al bersaglio, cerca il “centro”.

    Questa “meraviglia” che è alla base della sua pittura, è per Lello Masucci uno dei modi di far parlare la vita e la storia attraverso l’arte: il presente che ci circonda e il passato dietro di noi sono entrambi ugualmente reali e ugualmente fittizi. Le “catastrofi”, “violenze”, le gioie, le “delizie” (titoli e cicli di opere) sono come le “rovine” del passato: non si possono ricostruire che a rischio di una simulazione, ma contengono i semi e i segni di una incancellabile civiltà, dell’avvento e del passaggio ad un altro e nuovo modo di vita. Persino il terremoto preclude ad una ricostruzione altra. Al suo interno questa poetica contiene un insieme di preziosità, concentrate in frammenti, che compongono un discorso sul secondo linguaggio, attraverso il duplice riferimento dello “strano” e del “dettaglio”.

    Lo “strano” è l’estraniamento dalla pittura, che viene dall’”altrove” e che, perciò, si stupisce, si denaturalizza.

    Il “dettaglio” rimescola le “carte” e, giocando d’anticipo, instrada il riporto verso uno sviamento della pittura che si “mostra” e assorbe se stessa, le sue tracce, i suoi resti.

    Anche la citazione non riguarda più unicamente l’immagine e la rappresentazione, ma diventa un libero gioco di tecniche (collage, frottage), di stili e riproduzioni culturali del passato.

    Recuperati e reinventati, questi stili vanno nella direzione della scoperta di quella meraviglia che ride e ironizza su ogni illusione che voglia irrorare o rifondare gli impossibili “valori” della metafisica. Ciò non significa, d’altra parte rinuncia, ma rilancio della “finzione” che riporta al regno dell’indicibile, riconduce alla profondità nascosta sotto la superficie.

    Il “quid mirum” della superficie

    “Ha avuto il pregustamento di una visione e mai la visione stessa – tuttavia è restata nell’anima sua un’immensa avidità di questa visione, e da questa avidità egli attinge l’altrettanto immensa eloquenza del suo desiderio e della sua fame divorante”.

    Dal fascino del non finito, la coscienza dell’apparenza genera lo stato di sorveglianza e di veglia della pittura. Come il monello e il giullare di Nietzsche, Masucci sente che “deve continuare a sognare se non vuole perire, allo stesso modo in cui il sonnambulo deve continuare a sognare, per non piombare a terra”.

    L’”apparenza”, allora, non è l’opposto di una qualche sostanza, ma “è ciò stesso che realizza e vive”, che “mantiene” l’universalità alle chimere dei sogni e ne assicura la durata. Nel pregustare la visione e nel prolungarne la durata, egli sente il flusso delle apparenze organizzarsi ciclicamente in ricordi colorati, poetici, fantastici. Nel giardino dei miei ricordi, vola il rosa’ è infatti un quadro di incantamento in cui la condizione primaverile botticelliana sembra attraversata dal fremito dei fiori di Monet; in Ricordando una notte su un prato’ i colori acquistano i movimenti e la grazia che lievitano il vivissimo stupore e la candida sorpresa della poesia dei “frammenti” del Leopardi, cantare del non definibile; mentre in ‘Vola un pesce a bassa quota’ la fantasia colorata del pittore sembra animata dalla stessa tensione del circumnavigatore del mediterraneo.

    Su questo mare si affaccia Partenope, la città sempre nuova, la “polis” che rinnova sempre (nea) il mito della sua “meraviglia”, del suo essere luogo di tutte le rivoluzioni e le deviazioni, e per ciò stesso punto di riferimento per tutti i fatti e gli eventi dell’arte che in esso scoprono un esemplare modello.

    Qui – dice Masucci – la morbosità mobilita le emozioni e ci fa vivere altre vite, altri paesaggi, altre immagini, forme e figure sempre differenti, come in un racconto di avventure. Perciò puoi dire a Plinio che a Napoli la conoscenza e la scienza non richiedono indispensabilmente la morte, ma una riflessione comune sulle città che muoiono nel mondo, come gli uomini, come le donne, come i bambini.

    Per un effetto di una tale ebrezza, cambiano le sensazioni di spazio e di tempo: immense distese vengono abbracciate per la prima volta; le mani diventano più abili; lo sguardo si estende su maggiori moltitudini e vastità; l’occhio si raffina per la percezione di molte cose piccolissime e fuggevolissime; l’artista diventa una “mantide” che, con la sua “sensualità intelligente”, aggredisce e divora avidamente e insaziabilmente, ma avanza con leggerezza e agilità rivelando la fortezza della sua potenza e della sua presenza come piacere, come pezzo di bravura, come avventura, impavidità, natura incurante.

    In questa condizione – afferma Masucci – ti vengono incontro i “Soprintendenti alle feste dell’esistenza”: sia quelli che operano rispetto alla natura continue trasgressioni e rivoluzioni (Leonardo, Gericault, Caravaggio, Max Ernst), sia quelli che mirarono ansiosamente alla sua perfezione (Watteau, David, Klimt).

    Così anche quando finisce a poco a poco, con l’amare per se stessi l’estrema finezza e magnificenza del colore, la nettezza della linea, la sfumatura tonale, l’artista sente, NEL FONDO, la deviazione della natura come espressione di un’elevata ed eroica innaturalezza e finzione.

    Riferimenti:

    H. von Hofmannsthal: Buch der Freunde

    F. Nietzsche: La gaia scienza

    M. Heidegger: Sentieri interrotti

    R. Barthes: Le uscite del testo

    G. Vattimo: Le avventure della differenza

    Hauser: Storia sociale dell’arte

    Arcangelo Izzo

    Napolinotte

    Domenica 14 – Lunedì 15 Aprile 1985

    Mostra a Villa Patrizi

    Masucci si rifà a Preti e Giordano

    A Villa Patrizi, la mostra i di Lello Masucci fa dire a Filiberto Menna che l’artista “si riallaccia ad un filo che ci riporta ben addentro nella nuo-va cultura artistica napoletana così profondamente nutrita di umori surreali, così intimamente, inestricabilmente legata alla dimensione dell’immaginario”. Per sua stessa ammissione, Lello Masucci afferma di aver appreso il ‘mestiere’ del pittore guardando avidamente le opere di Mattia Preti e di Luca Giordano, affascinato dai ‘climi’ di quei dipinti e dalle tensioni che in essi scopriva, dalle tecniche che sapevano, ‘usare con un’abilità proverbiale’. Una formazione che guardando ai modelli, si è rifatta sempre, che ascoltando i padri ha rivolto la mente alle essenze, al rapporto fisico col mondo, alla dipendenza, dell’uomo dalla natura. Perciò le sue “montagne” cantano; i suoi “vulcani” eruttano vulve impollinate; le sue “onde” violentano la superficie del quadro e infrangono la tela. L’immagine della forma in Masucci non è onirica, non deriva e non rinvia ad un altrove: è sensuale ed essenziale; ha una luce e una densità cosi fiere da arrestare la realtà stessa. La sua pittura ha una complessità barocca, percorsa da “nuances” moderne.

    Arcangelo Izzo